Electrolux, USB al tavolo MIMIT: metodo non va bene
azienda mette tutti davanti a scelte inevitabili, così non può esserci discussione
(Teleborsa) - Si è svolto oggi presso il MIMIT un nuovo tavolo tecnico sulla vertenza Electrolux, dentro il percorso aperto dopo la presentazione del piano aziendale che prevede 1.700 esuberi a livello nazionale e la chiusura di fatto dello stabilimento di Cerreto d’Esi.
L’incontro - si legge nella nota - è stato funzionale ad entrare maggiormente nel dettaglio, stabilimento per stabilimento, della composizione del costo unitario, della competizione diretta per singolo prodotto con i competitor del Far East e di quelle che, secondo l’azienda, sarebbero le “azioni necessarie” per rendere sostenibili i vari siti italiani.
Si è trattato, nei fatti, di una sorta di ricalibrazione del piano iniziale, concentrata sulle possibili linee di intervento individuate da Electrolux: costo dell’energia, costo del lavoro, materiali e CBAM.
Come USB abbiamo però evidenziato un punto centrale: anche oggi qualsiasi ipotesi portata al tavolo dall’azienda sembra partire dal presupposto che gli esuberi debbano comunque esserci e che una parte rilevante dei volumi produttivi oggi realizzati negli stabilimenti italiani debba essere trasferita altrove.
Questo è per noi il nodo politico e industriale della discussione. L’azienda ha infatti rappresentato un quadro che prevede, ad esempio, lo spostamento all’estero di produzioni oggi collocate in Italia: dalla metà della produzione dei piani a gas di Forlì delocalizzata in Cina, fino alle lavasciuga di Porcia indirizzate verso la Thailandia. Ma il tema del decentramento dei volumi non sembra riguardare solo questi casi: attraversa, con modalità diverse, quasi tutti gli stabilimenti coinvolti dal piano.
Allo stesso tempo vengono accennati possibili volumi in ingresso e nuovi prodotti destinabili agli stabilimenti italiani, ma senza una reale identificazione, senza garanzie e con tempistiche che, in alcuni casi, rimandano a prodotti ancora in fase di studio. Parliamo quindi di anni prima di poter vedere eventualmente concretizzate queste ipotesi.
È mancata ancora una volta, inoltre, una chiara indicazione aziendale sulla volontà di salvaguardare realmente lo stabilimento di Cerreto d’Esi. Anche su questo punto non si può restare nell’ambiguità. Cerreto continua a essere trattata come una variabile già compromessa, senza che l’azienda abbia messo sul tavolo un’ipotesi credibile di rilancio, riconversione, nuova missione produttiva o mantenimento dentro il perimetro industriale. Per USB questo non è accettabile.
Più in generale, non si può costruire il confronto partendo da volumi già destinati a uscire dall’Italia, indicare come inevitabile la riduzione produttiva e poi arrivare agli esuberi come conseguenza tecnica. Così il rischio è quello di cadere in un tranello: discutere della riduzione dei volumi significa finire per accettare indirettamente anche la riduzione dell’occupazione.
USB - chiude la nota - continuerà a chiedere che dal tavolo vengano tolti esuberi, chiusure e delocalizzazioni. Solo a partire da questo presupposto può aprirsi una discussione vera su un piano industriale alternativo, capace di difendere stabilimenti, lavoratori, competenze e capacità produttiva del Paese.
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