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C'era una volta l'America

I conti in rosso a mezzo secolo dalla fine di Bretton Woods

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
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Tutto cominciò nel 1971, quando per la prima volta la bilancia dei pagamenti americana virò al passivo, per una cifra che oggi sembra una bazzecola: 1,4 miliardi di dollari. Nel 2019 il saldo negativo è arrivato a 480 miliardi di dollari: una enormità.

La posizione finanziaria netta sull'estero (IIP), il saldo tra le attività detenute all'estero e le passività verso i non residenti ha assunto una tendenza incontrollabile al peggio: mentre nel 1976 era ancora attiva, anche se solo per 80 miliardi di dollari, è diventata passiva per la prima volta nel 1989 con 34 miliardi di dollari. La caduta del Muro di Berlino ha segnato anche i conti americani con l'estero.



Nel 2001, l'anno della esplosione della bolla del Nasdaq, dell'attentato alle Torri Gemelle di New York e dell'ingresso della Cina nel WTO, il saldo negativo dell'IIP era di 2.294 miliardi. Nel 2008, l'anno della crisi finanziaria, arrivò a -3.995 miliardi. Nel 2016, l'anno in cui fu eletto Donald Trump, con lo slogan Make America Great Again, il rosso era arrivato a 8.129 miliardi di dollari. A fine 2019, il buco era arrivato al peggior livello mai registrato, con -11.050 miliardi di dollari. Questo è il debito estero degli Usa verso il Resto del Mondo.

Quest'anno, l'enorme spesa pubblica federale volta a sostenere l'economia americana dopo la crisi determinata dalla epidemia di Covid-19 ha portato il debito a crescere in modo esponenziale: il 10 settembre scorso, poco più di un mese fa, era arrivato a 27 mila miliardi di dollari, quando era di 22,8 mila miliardi esattamente un anno fa. Sono stati accumulati debiti per 4.200 miliardi di dollari. Nel dicembre del 2016, quando Trump fu eletto, il debito federale era di 19,8 mila miliardi di dollari: escludendo l'effetto epidemia, era già cresciuto di 3 mila miliardi di dollari.
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