Mercoledì 2 Dicembre 2020, ore 03.25
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Nella BCE è scontro aperto sul PEPP

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
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C'è baruffa a Francoforte: il quantitative easing in corso, denominato PEPP (Pandemic Emergency Purchase Program) è oggetto di revisione: mentre da una parte c'è chi propende per incrementarne ancora la dotazione, arrivata a 1350 miliardi di euro da spendere entro la fine di giugno del 2021, ci sono altrettante resistenze. Si temono effetti negativi, per via dei tassi di interesse negativi sui titoli pubblici che danneggiano gli investitori. La Corte tedesca di Karlsruhe è stata durissima, con una sentenza che ha obbligato la BCE a dimostrare la congruità e la proporzionalità dei propri interventi che possono penalizzare gravemente l'economia della Germania avvantaggiando quella di altri paesi, come l'Italia, che invece hanno un beneficio rilevante dalla riduzione dei tassi di interesse sul debito pubblico.

Vediamo quale è lo schema teorico sulla cui base agiscono le banche centrali.



Quando c'è una situazione di grave difficoltà per l'economia, e l'epidemia di Covid-19 l'ha determinata a livello mondiale, le banche centrali intervengono per sostenerla: riducono i tassi di interesse per dare sollievo ai debitori ed iniettano liquidità, al fine di evitare che si crei una deflazione dei prezzi. Se chi produce non solo vende di meno, ma vende anche a prezzi inferiori rispetto a quelli precedenti, si avvia al fallimento in quanto non solo rinuncerebbe al profitto ma non rientrerebbe neppure nei costi sopportati.

Quando invece l'economia è surriscaldata, cresce troppo, avviene il contrario: i prezzi aumentano molto velocemente ed i risparmiatori si possono vedere restituita una somma inferiore a quella che hanno investito: se hanno prestato 100 lire al 5% per un anno, avranno indietro 105 lire. Ma se nel corso dell'anno i prezzi sono aumentati del 10%, anziché ottenere un interesse di 5 lire dal prestito si vedranno decurtato il capitale: le 105 lire incassate non bastano infatti per acquistare un prodotto che nel frattempo ha visto lievitare il suo prezzo del 10%, passando da 100 a 110 lire. Ecco perché si dice che l'inflazione è la più subdola delle tasse e va combattuta: danneggia i risparmiatori.
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