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Venerdì 19 Luglio 2019, ore 01.58
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Perché le previsioni sui tassi sono sempre sbagliate?

Alessandro Fugnoli
Alessandro Fugnoli
Strategist ed esperto in economia, fa parte dal 2010 del team Kairos Partners SGR come responsabile de "Il Rosso e il Nero"
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È un'idea diffusa, giusta o sbagliata che sia, che gli specialisti di bond siano freddi, analitici, asettici, quantitativi, razionali e prudenti. Gli specialisti di azionario sarebbero invece creativi, emotivi, maniaco-depressivi e, come tali portati agli eccessi. Ingegneri in camice bianco da una parte, scapigliati multicolori dall'altra.

È poi un dato di fatto che gli strategist azionari, a parte rare eccezioni, trovano sempre il modo di prevedere rialzi annuali del 5-10 per cento, sia che i tassi salgano (segno di forza) sia che i tassi scendano (grande aiuto per l'economia). Accadde anche all'inizio del 2008 e finì purtroppo come sappiamo.

Meno noto o, meglio, meno commentato è invece il fatto che gli strategist obbligazionari sono sempre ribassisti e prevedono ogni anno tassi più alti di quelli che poi si vedono effettivamente sui mercati. L'ultimo caso clamoroso è proprio sotto i nostri occhi. Come ha osservato nei giorni scorsi il Wall Street Journal, nell'ottobre scorso, in occasione di un sondaggio tra 50 economisti di mercato, la media delle previsioni dava il decennale americano al 3.39 per la fine di giugno 2019. Eccoci a metà giugno e il decennale che vediamo è al 2.11. Come mirare a Marte e finire su Venere.

A discolpa parziale degli strategist obbligazionari si può invocare il fatto che a sbagliare previsioni è stata, per prima, proprio la Fed. E non solo questa volta, ma per tutti gli ultimi dieci e più anni. La Fed dapprima non ha visto arrivare la Grande Recessione e poi ha continuato a pensare che la ripresa successiva avrebbe prodotto più inflazione e tassi più alti di quelli che ci sono stati veramente.

Come si vede, al di là delle differenze di stile vere o presunte, azionario, bond e banche centrali hanno condiviso in questi anni lo stesso scenario di fondo, quello di una ripresa simile a quelle dei decenni precedenti, con un esaurimento graduale dell'output gap, un aumento della pressione salariale e dell'inflazione e quindi dei tassi. Il tutto, nella previsione, senza ipotizzare mai il momento della rottura, ovvero la fine del ciclo. Da qui previsioni azionarie di eterni rialzi e previsioni obbligazionarie di costanti rialzi dei tassi.
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