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Venerdì 20 Ottobre 2017, ore 03.41
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Alzare i tassi, la Grande Paura

Le Banche centrali stanno a guardare

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
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Inutile girarci intorno: le grandi banche centrali, ad eccezione della Banca d'Inghilterra, hanno timore di alzare i tassi di interesse. A Londra hanno problemi specifici, per via della Brexit e della forte svalutazione della sterlina che ha fatto aumentare i prezzi ed i salari. Beati loro, verrebbe da dire, che sono di fronte ai problemi di una volta.

Nel resto del mondo, i tassi sono ancora moto bassi, l'inflazione non sale ed i rendimenti delle obbligazioni rimangono insoddisfacenti per molti investitori, privati ed istituzionali. Fondi pensione, assicurazioni e banche devono dirottare gli impieghi verso investimenti storicamente più rischiosi, come quelli azionari. Anche gli immobili rendono poco.

La Banca del Giappone, ad esempio, ha sempre come obiettivo quello di mantenere a zero i tassi di interesse a dieci anni: la stabilità della economia nipponica, da punto di vista dell'export, fa sì che lo yen rappresenti un porto sicuro. L'industria giapponese è riuscita ad assorbire gli shock provocati dalla crisi americana e poi i danni dello tsnunami, cui si sono aggiunti quelli derivanti dal blocco delle centrali nucleari. Il basso costo dei prodotti energetici fossili è stato di aiuto. Il basso costo del denaro e la moderazione salariale sono i due fattori competitivi di un sistema-Paese che invecchia sempre di più, impermeabile a qualsiasi forma di immigrazione. Il surplus commerciale è sempre reinvestito in dollari, assicurando la stabilità del cambio con la divisa americana, anche per incassare i dividendi che offerti dai più alti tassi americani. E' un Paese che spera ardentemente che le pensioni future verranno pagate con le rendite estere: il debito pubblico, quasi esclusivamente coperto dal risparmio interno, non rende affatto. Ma con i bassi tassi dappertutto, anche questa è una prospettiva assai misera.

Negli Usa, il debito pubblico continua a salire anche a causa della necessità di aumentare gli stanziamenti federali per aiutare le vaste aree del Paese fortemente colpite dai recenti uragani. Cresce anche il disavanzo delle partite correnti con l'estero. Il dollaro si indebolisce di conseguenza, e questo rallenta l'afflusso di capitali. E' un bene, anche perché i corsi azionari sono già ai massimi storici.

La Fed ha annunciato solo un modestissimo piano di riduzione di liquidità: tanto per far vedere che mantiene le promesse di fronte ad una economia che continua a crescere. Ma di aumentare i tassi, non se ne parla più: per non stroncare la ripresa in corso, si dice. Oppure perché il tasso di disoccupazione, pur essendo ormai molto basso in termini percentuali, si fonda su un mercato del lavoro in cui la precarietà ed il part-time sono elevati, mentre le retribuzioni non crescono.

Ci sono anche altre preoccupazioni: che tassi di interesse più alti possano gravare le imprese americane facendo cadere i profitti; e che le stesse famiglie alle prese con mutui e prestiti a tassi variabili possano contrarre i consumi. Ovviamente, i nuovi investimenti privati, di imprese e famiglie, rallenterebbero.

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