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Lunedì 18 Novembre 2019, ore 08.20
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L'Europa è sfinita, andate in pace!

L'Italia fa da cuneo nella crisi del sistema di potere europeo

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
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Francia e Germania tentano ancora una volta di fare il panino, con un accordo di potere che tuteli i loro interessi a discapito degli altri Paesi dell'Unione europea. Ma non riescono a raggiungere quella maggioranza del 65% dei voti al Parlamento europeo che garantirebbe loro, ancora una volta, di fare e disfare i giochi.

L'Italia, messa sotto scacco con la minaccia di una procedura di infrazione per deficit eccessivo, non ci sta a farsi da parte: insieme ai Paesi del Gruppo di Visegrád chiede di avere voce in capitolo sulle nomine della prossima tornata: dal Presidente del Parlamento europeo a quello del Consiglio, dalla nomina del Presidente della Commissione a quella del Governatore della BCE, fino all'Alto Rappresentante per la Sicurezza e le Relazioni internazionali.

Oggi, nel bene e nel male, ben tre di queste cinque poltrone di vertice sono ricoperte da italiani: Mario Draghi alla BCE, Antonio Tajani in quota Popolari alla Presidenza del Parlamento di Strasburgo, Federica Mogherini alla politica estera e Sicurezza, che fu imposta da Matteo Renzi come maggior azionista del Gruppo S&D.

Sta saltando, perché non ha più la forza per potersi imporre, il blocco di potere che ha gestito per decenni l'Unione Europea, egemonizzando le strutture di Bruxelles e Strasburgo. I Popolari da una parte ed i Socialisti & Democratici dall'altra non riescono più ad esercitare il monopolio sulle istituzioni europee.

La Francia, tra l'altro, sa che ormai è arrivato il suo turno per fare le riforme strutturali, e non ci sta a fare i sacrifici che sono stati imposti al resto del Continente, dalla Grecia alla Spagna, passando per l'Italia. Cerca a tutti i costi di piazzare i suoi referenti nei posti chiave, puntando almeno alla successione di Mario Draghi alla BCE.

La Germania, a sua volta, non molla la presa: ormai ha in mano la partita, forte di un rapporto debito/PIL che è arrivato vicino al rapporto del 60% sul PIL, lucrando a suo favore con gli interessi negativi sul debito pubblico una leva gigantesca. In realtà, sono gli investitoti stranieri a pagare, rimettendoci sul capitale investito sui Bund, il risanamento delle finanze pubbliche tedesche.
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