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Don't fight the Fed

Non spaventarsi, ma nemmeno fare finta di niente


C'è dunque da alzare le spalle di fronte a una Fed che annuncia per marzo l'inizio di un ciclo di rialzo dei tassi?

No. In una fase storica in cui i mercati sono sempre più dipendenti dalle decisioni delle banche centrali, queste decisioni vanno sempre valutate con grande attenzione, cercando in particolare di capire quali sono le considerazioni che stanno loro dietro. Nella conferenza stampa seguita all'ultima riunione del Fomc, Powell ha affermato più volte che questa economia è diversa da quella a cui eravamo abituati. Non ha elaborato il concetto, ma è lecito supporre che si riferisse alle rigidità dell'offerta, un problema che nei quarant'anni passati abbiamo incontrato poco o nulla.
In questi mesi abbiamo visto le banche centrali dare la colpa dell'inflazione all'offerta rigida, mai alla domanda eccessiva. Poiché la politica monetaria controlla la domanda, ma non l'offerta, dare tutte le colpe all'offerta è stato anche un modo per autoassolversi da ogni responsabilità rispetto all'inflazione.

È vero, le politiche dell'offerta spettano tipicamente ai governi. Sono loro che la regolano, agendo sulla concorrenza, sul fisco, sugli investimenti pubblici e sulle regole più meno rigide per le imprese e per l'occupazione. E che cosa hanno fatto i governi nell'era della pandemia e della deglobalizzazione, due fattori che da soli basterebbero a spiegare le nuove rigidità dell'offerta? Hanno cercato di creare nuova offerta o l'hanno a loro volta resa più rigida? Hanno fatto entrambe le cose. Hanno stimolato l'offerta promuovendo investimenti senza precedenti nei semiconduttori e nelle fonti alternative di energia. L'hanno d'altra parte resa più rigida attraverso la reregulation, la risindacalizzazione del lavoro, le politiche sui salari minimi, le restrizioni alla ricerca di nuove fonti di energia fossili, la chiusura del nucleare (in Germania), i lockdown e molto altro.

Il risultato netto, visto dalla Fed, è che le rigidità dell'offerta sono solo in parte transitorie. Molte rigidità, in particolare quelle legate alla deglobalizzazione e alla transizione energetica (nonché, forse, al mercato del lavoro), cominciano ad apparire strutturali.

La dolorosa esperienza delle due crisi petrolifere degli anni Settanta (due tipici shock da offerta) ha insegnato alle banche centrali che l'inflazione provocata dalle difficoltà dell'offerta va ignorata e non va combattuta frenando la domanda. Il che è giusto se gli shock sono temporanei, come fu il caso allora. Che fare però se le rigidità dell'offerta diventano strutturali? Ridurre la domanda o lasciare correre l'inflazione, permettendole di mettere radici? La decisione in ultima istanza è politica. Isabel Schnabel sostiene che la Bce, di fronte alla greenflation da transizione energetica, dovrà alzare i tassi. La maggioranza dei membri del board della Bce, espressione di paesi molto indebitati, preferisce accettare l'inflazione.
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