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Giovedì 18 Luglio 2019, ore 00.56
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I nuovi Cinesi? Siamo noi, gli Italiani

Facciamo i cinesi, anche per l’industria tedesca

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
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A guardare i numeri, viene da ridere: una volta era la Cina che sfruttava i mercati esteri per crescere, con la bilancia dei pagamenti correnti in forte attivo.

Ma, a partire dal 2016, i rapporti si sono invertiti: ora siamo noi a battere la Cina quanto a saldo attivo dei pagamenti correnti con l'estero. Inutile parlare della Germania, che in questi anni ha macinato un record dopo l'altro, fondando il paradigma della sua crescita sul mercantilismo: conquistare i mercati esteri con una produzione ineccepibile per qualità e prezzi.

Nel corso degli anni, dopo la crisi, la Cina ha capovolto il suo paradigma di crescita.

Mentre nel 2009 il saldo attivo cinese era pari al 4,8% del PIL e quello italiano era negativo per l'1,9% del PIL, con +243 miliardi di dollari per la Cina e -41 miliardi per l'Italia, nel 2018 la situazione si è completamente ribaltata: l'avanzo della Cina si è progressivamente ridotto, arrivando appena allo 0,7% del PIL, mentre l'Italia ha compiuto una sterzata straordinaria, girando in positivo fino ad arrivare al +2,8% del PIL nel 2017 ed al +2% nel 2018. In proporzione al PIL, un risultato tre volte superiore. I conti esteri della Germania, assomigliano tantissimo a quelli della Cina alla fine degli anni 2000, tutti sbilanciati nella crescita attraverso le vendite all'estero.

In valori assoluti, il saldo attivo cinese di parte corrente è stato nel 2018 di 97,5 miliardi di dollari, mentre quello italiano è stato di 41,3 miliardi. In termini percentuali, la Germania è arrivata ad un saldo attivo pari all'8,1% del PIL. In valori assoluti, il saldo attivo tedesco è stato di 327 miliardi di dollari, mentre quello cinese è arrivato ad appena 98 miliardi: più del triplo!

In pratica, la Cina ha spostato tempestivamente l'asse della sua crescita dal mercato estero a quello interno, ed ora risente pochissimo della contrazione che deriva dalla congiuntura mondiale negativa, innescata dalla politica monetaria meno accomodante da parte delle banche centrali degli Usa e della UE e dalla guerra commerciale dichiarata dagli Usa contro la Cina.

La Germania, che invece ha puntato tutto sempre sull'export, con un PIL che dipende ormai per quasi il 50% dalle vendite all'estero, è entrata in una crisi assai profonda, trascinando con sé l'Italia, che le fa da subfornitrice nel settore della meccanica. Se crolla il mercato dell'export della Germania, noi veniamo necessariamente coinvolti.
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