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Giovedì 12 Dicembre 2019, ore 17.41
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Bloomberg sfida Trump

Tycoon contro Tycoon: due diverse strategie di dominio

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
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Non servono candidati di copertura, neppure stavolta, dietro cui celare la lotta di potere che dilania l'America: per i Democratici, a sfidare Donald Trump, sarà Mike Bloomberg a scendere in campo.

Meglio evitare la ripetizione della sfida portata da Hillary Clinton. Meglio non rischiare con Bernie Sanders che sarebbe bollato un "pericoloso socialista". Meglio non rischiare con gli effetti speciali, anche se Alexandria Ocasio-Cortez sarebbe stata una novità assoluta. Finalmente una Presidente donna, giovane, dal sorriso accattivante e politicamente ben determinata. Ma sarebbe stata un candidato comunque troppo leggero, buono per gli schemi televisivi. Qui il conflitto è profondo, come mai prima d'ora: in America si scontrano i pesi massimi.

Bloomberg è un tycoon della comunicazione, un plurimiliardario tra i più ricchi d'America, che ripete solo in apparenza il paradigma di Silvio Berlusconi. A capo di Fininvest, allora un vero incontrastato impero dei media, con Forza Italia riempì il vuoto di potere determinatosi nel 1994 con lo squagliamento della Prima Repubblica. Solo il PCI resistette a malapena al vento del cambiamento, dopo la caduta dal Muro di Berlino, seppure con la nuova denominazione di "PDS" e l'emblema della Quercia in bella mostra: era il nuovo Albero della Libertà di rivoluzionaria memoria, mentre la Falce e Martello rimanevano deposti a terra, sulle radici: appena una lapide alla memoria. L'URSS si dissolveva: una nuova era geopolitica si schiudeva, almeno per l'Europa.

Il collasso dei vecchi schemi di potere, in America, è già avvenuto nel 2017, con l'elezione di Donald Trump alla Presidenza. A trent'anni dal collasso dell'Unione Sovietica e ad un secolo esatto dalla Rivoluzione russa del 1917, Trump ha messo in cantina la Russia come nemico assoluto degli Usa: il nuovo incubo del capitalismo occidentale è la Cina.

Donald Trump ha sempre considerato Pechino come il vero rivale strategico degli Usa. Dal 1971 in avanti, invece, Pechino era stata la leva che l'America aveva usato per scalzare l'URSS: da Nixon a Clinton, apertura dopo apertura, si era trasformata da paese poverissimo in una potenza economica in grado di sfidare gli Usa: merito delle industrie americane ed occidentali che hanno istallato lì le proprie fabbriche approfittando del basso costo del lavoro.

"Rebuilt America" è lo slogan di Bloomberg, con la maquette della campagna pubblicitaria che mette in grande evidenza solo il suo nome, Mike: deve cercare di allontanare il più possibile la assimilazione della sua immagine all'establishment newyorkese, non particolarmente amato da una ampia fascia di elettori democratici, coloured e latinos. C'è il rischio, altrimenti, che raccolga solo i voti di Times Square e dell'Upper Manhattan. Sarà una elezione combattuta sui media, come sempre, ma questo è esattamente il campo su cui Bloomberg non ha rivali. Sotto accusa c'è l'intera gestione di Trump: dalle sanzioni commerciali alla Cina al ritiro dall'Accordo di Parigi sul Clima, dalle sanzioni all'Iran al ritiro che ha promesso da tutti gli scacchieri di guerra.
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