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Venerdì 20 Ottobre 2017, ore 01.50
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116 / Quei titoli sovrani nella pancia delle banche

Di recente il ministro delle finanze tedesco Schauble ha di nuovo sottolineato l’urgente necessità di ridurre la quantità di titoli di stato che le banche possono conteggiare nell’attivo dei loro bilanci

Andrea Ferretti
Andrea Ferretti
Economista e giornalista economico, docente al Corso di "Gestione delle Imprese Familiari" presso l'Università di Verona; collabora con l'Università Parthenope di Napoli e Roma 3 sugli Accordi di Basilea.
Di recente il ministro delle finanze tedesco Schauble ha nuovamente sottolineato l'urgente necessità di ridurre la quantità di titoli di stato che le banche possono conteggiare nell'attivo dei loro bilanci. Ovviamente il dito è puntato contro le banche mediterranee in generale, ma in particolare contro i sistemi bancari italiani e spagnoli rei di detenere una quantità di titoli sovrani del proprio Paese ben al di sopra della media europea.

La logica sottostante alla dura presa di posizione tedesca è quella di ridurre al più presto la rischiosità, ritenuta potenzialmente contagiosa, delle banche mediterranee sganciandole dal rischio di default del loro Paese. In quest'ottica, nell'Aprile scorso, l'allora Presidenza olandese della UE aveva avanzato la proposta di imporre alle banche un tetto prefissato alla detenzione di titoli di stato pari al 25% del patrimonio della banca stessa. Ora, la questione sollevata da tedeschi ed accoliti appare particolarmente delicata in quanto, abbinandosi alla grande incertezza che attualmente aleggia sui sistemi bancari europei, tende a generare una miscela instabile e pericolosa. E allora diventa importante cercare di evidenziare le ripercussioni che la citata proposta potrebbe avere sui sistemi bancari e, di conseguenza, sul mondo imprese. Ma prima una premessa importante. La grande massa di titoli di stato che il sistema bancario italiano detiene (circa 360 mld ad agosto 2016), non è affatto derivata da una marcata strategia speculativa messa in atto dalle banche, ma dal fatto che queste ultime sono state chiamate a gran voce, intorno al novembre 2011 (spread 540 bp e rendimenti BTP al 7%), per puntellare il debito pubblico italiano in un momento a forte rischio di avvitamento.

Ciò premesso l'introduzione della citata soglia, auspicata da tedeschi e gregari, potrebbe generare danni collaterali almeno a tre livelli:

Il primo è a livello banca. Gli istituti, costretti a vendere bruscamente importanti stock di titoli (si stima che le banche europee dovrebbero scaricare circa 716 mld di titoli di stato) potrebbero trovarsi in serie difficoltà nel rispettare altri vincoli imposti dalla Vigilanza (Basilea 3). Ad esempio gli istituti si troverebbero sotto pressione nel tentativo di rispettare il “coefficiente di liquidità a breve”. Questo, infatti, impone alle banche di dotarsi, entro il 2019, di riserve di liquidità di primaria qualità (contanti, titoli di stato, titoli stanziabili presso la BCE, etc), al fine di poter fronteggiare deflussi straordinari di liquidità in presenza di stress acuti dei mercati. Appare evidente che bruschi limiti alla possibilità di poter stoccare titoli di stato potrebbero generare tensioni sulla gestione della liquidità degli istituti limitando, tra l'altro, la possibilità di supportare adeguatamente il sistema imprese.

A livello di imprese, l'ondata di vendite abbatterebbe il prezzo dei titoli di stato ed innalzerebbe bruscamente i rendimenti, innalzamento che finirebbe per propagarsi a tutti i tassi di interesse. Di conseguenza il costo dei finanziamenti per le imprese aumenterebbe e gli investimenti, già limitati da aspettative non favorevoli, si ridurrebbero ancora rallentando l'uscita delle PMI dalla spirale della crisi. In buona sostanza la imposizione della soglia si muoverebbe in maniera diametralmente opposta al Quantitative Easing (QE) varato da Mario Draghi che, al contrario, punta tutto su tassi particolarmente calmierati per far affluire alle imprese, attraverso le banche, abbondante liquidità a basso costo al fine di stimolare gli investimenti produttivi.

Infine, a livello Stato, l'imposizione della soglia ovviamente metterebbe sotto pressione la sostenibilità del debito pubblico degli Stati più indebitati. Infatti, la massiccia ondata di vendite di titoli pubblici da parte delle banche, generando un abbattimento del prezzo ed un incremento degli interessi, aumenterebbe il peso della spesa corrente dei Paesi indebitati come l'Italia con conseguente riduzione delle risorse pubbliche destinabili al sostegno delle PMI ancora in terapia intensiva. Ora è vero che proprio la BCE, attraverso il citato Quantitative Easing, potrebbe “tamponare” per qualche tempo le conseguenze nefaste della vendita coatta di titoli di stato incrementando il programma di acquisto di titoli pubblici dalle banche. Tuttavia, non bisogna mai scordare che gli strumenti di natura monetaria sono per loro stessa natura temporanei e che, comunque, nella fattispecie, non sopravviverebbero mai alla fine del mandato di Mario Draghi che scade, purtroppo, nel 2019.

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