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Mercoledì 12 Dicembre 2018, ore 16.04
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127 / Manovra economica: una partita molto pericolosa

E' ormai evidente che il comportamento che il nostro Governo terrà nei tavoli europei sarà determinante non solo per il futuro economico-finanziario dell'Italia, ma anche per il benessere stesso degli italiani

Andrea Ferretti
Andrea Ferretti
Economista e giornalista economico, docente al Corso di "Gestione delle Imprese Familiari" presso l'Università di Verona; collabora con l'Università Parthenope di Napoli e Roma 3 sugli Accordi di Basilea.
E' ormai evidente che, finito il periodo dei proclami elettorali, il comportamento che il nostro Governo terrà nei tavoli europei nei prossimi mesi sarà determinante non solo per il futuro economico finanziario dell'Italia, ma anche per il benessere stesso degli italiani.

E tutto lascia pensare che sarà una partita molto complessa e molto pericolosa.

Ora è vero che, almeno fino ad oggi, lo scenario attuale appare complessivamente più sereno rispetto ai momenti più delicati della crisi, tuttavia appare fondamentale non abbassare la guardia almeno per i seguenti motivi:

  1. la crisi ha ampiamente mostrato come il fattore "S", ossia il sentiment dei mercati alimentato dalle paure e dalle inquietudini degli investitori, sia in grado di risvegliarsi improvvisamente e di far avvitare la situazione in tempi rapidissimi;
  2. la possibilità di far affidamento su interventi di natura straordinaria della BCE diminuisce proporzionalmente con l'avvicinarsi della scadenza del mandato di Draghi previsto per il novembre 2019. Più ci si avvicinerà a questa linea rossa e più la rigida impostazione tedesca che vede la BCE solo come il guardiano anti inflazione guadagnerà spazi. E comunque, anche se il successore di Draghi non sarà il rigidissimo Weidmann presidente della Bundesbank, pensare che la BCE possa effettuare dopo il 2019 interventi dello spessore di quelli voluti da Mario Draghi nei momenti più bui della crisi è probabilmente utopistico;
  3. è vero che lo scenario generale appare complessivamente più sereno, ma è anche vero che si stanno affacciando nuove incognite non presenti nei momenti topici della crisi. Tra queste spiccano la guerra dei dazi voluta da Trump che deve ancora manifestare la sua carica distruttiva, le tensioni con Putin determinato a ridare un ruolo di assoluto predominio alla Grande Madre Russia, nonché il rapido deterioramento della situazione argentina ormai sprofondata nella terza crisi dopo quella dell'89 e del '91. Completano il quadro la Brexit che presto entrerà nel vivo ed una ripresa europea nuovamente in sensibile rallentamento. Da non trascurare, a questo proposito, che questo rallentamento dell'economia produrrà un ampliamento della divaricazione esistente tra i Paesi mediterranei e i Paesi dell'Europa centrale, contribuendo così a metter sotto ulteriore pressione l'impalcatura europea già assai provata.

E allora, dovendoci appunto confrontare a breve con questo delicatissimo scenario, forse è opportuno partire da una fondamentale regola aurea che troppo spesso viene sottovalutata.

Questa regola aurea in sostanza recita: "una cosa è non essere entrati nell'Euro ab initio e tutt'altra cosa è uscire oggi unilateralmente dall'Eurozona".

Posto che probabilmente se non fossimo entrati nell'Eurozona saremmo stati da tempo travolti da una onda anomala di tipo sudamericano, rimane il fatto che l'idea che l'Italia possa uscire senza traumi dall'Euro sembra appartenere più alla fantascienza che alla realtà.

Il punto è che se anche esistesse un piano B valido sulla carta, nella realtà, non avremmo mai il tempo per realizzarlo perché verremmo prima risucchiati in una spirale dagli effetti ignoti. Infatti è verosimile ipotizzare che verrebbero subito attivate misure di emergenza per impedire una massiccia vendita dei nostri titoli di stato (con conseguente esplosione dello spread) e una fuga inarrestabile di capitali verso l'estero.

Tuttavia il congelamento ancorché temporaneo del nostro debito pubblico indurrebbe le società di rating a dichiarare l'Italia in default tecnico. A questo punto il sistema bancario (con in pancia circa 350 mld di titoli pubblici) si bloccherebbe totalmente. Immediate le ripercussioni anche sul nostro sistema produttivo caratterizzato da aziende di piccole dimensioni dipendenti per il 90% proprio dalle banche.

Ed è assai probabile che da questa spirale potremmo uscire solo con un massiccio e coordinato intervento a livello europeo, questa volta sì a prezzo di una forte limitazione della nostra sovranità nazionale. Impossibile poi valutare uno scenario in cui la nostra fuoriuscita dall'Euro non rientrasse teoricamente in un piano B, ma accadesse a seguito di un "incidente". In questa ipotesi ovviamente il panico si diffonderebbe ovunque con contraccolpi di natura economica e sociale del tutto imprevedibili.
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