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Venerdì 21 Settembre 2018, ore 07.54
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124 / Perché le nostre aziende hanno bisogno di un governo stabile

Il rischio è quello di trovarsi in una situazione di calma apparente in grado però di creare improvvise turbolenze

Andrea Ferretti
Andrea Ferretti
Economista e giornalista economico, docente al Corso di "Gestione delle Imprese Familiari" presso l'Università di Verona; collabora con l'Università Parthenope di Napoli e Roma 3 sugli Accordi di Basilea.
Ora è vero che un mese e mezzo senza un nuovo governo non hanno al momento creato particolari ripercussioni sui parametri economico finanziari del nostro Paese (spread sui Bund tedeschi intorno a 130 bp e rendimento dei nostri BTP decennali intorno ad un accettabilissimo 1,80%). Il rischio è, tuttavia, quello di trovarsi in una situazione di calma apparente in grado, però, di creare improvvise turbolenze e colpire il nostro tessuto imprenditoriale ancora in debito di ossigeno dopo 9 anni di crisi. Ed è altresì evidente che queste turbolenze possono essere evitate o gestite solo in presenza di un Governo stabile capace di affrontare i diversi scenari che potranno manifestarsi. Entrando più nel particolare ci sono almeno 2 fattori che, potendo danneggiare le nostre PMI, rendono indispensabile una stabilità politica.

  1. Il primo fattore di rischio è di natura macroeconomica. Infatti, se è vero che il Fondo Monetario nel suo recente World Economic Outlook prevede per l'Italia un incremento del PIL nel 2018 dell'1,5% è anche vero che, nello stesso periodo, l'Eurozona crescerà del 2,4%, la Germania del 2,5% e la Francia del 2,1%. Ma, soprattutto, ciò che deve preoccupare è che tutti gli osservatori istituzionali sono concordi nel prevedere nel 2019 (quindi domani!) una forte battuta d'arresto delle economie. Più in particolare, le stime prevedono per il prossimo anno, a fronte di una crescita dell'Eurozona limata al 2%, un incremento del nostro PIL abbattuto all'1,1%. In pratica torneremmo nuovamente ad un passo da quella crescita 0,... che ci ossessiona dal 2014 (ovviamente prima eravamo in crescita negativa). A questo proposito appaiono preoccupanti le parole di Maurice Obstfeld, capo economista del FMI, che parla eufemisticamente di prospettive di crescita per il 2019 “molto più sobrie”. In questo scenario prospettico risulta evidente che la situazione italiana appare anche più delicata rispetto a quella dei partner europei almeno per due motivi. Il primo è che il previsto rallentamento si abbatterà su una crescita già moderata e fragile determinata dai nostri fardelli strutturali (debito pubblico abnorme, elevata tassazione, burocrazia imperante etc). Il secondo è che la nostra instabilità politica potrebbe generare una frenata più accentuata rispetto a quella dei partner europei determinando così un aumento del gap tra le economie dell'Area Euro. E qui entra in ballo una regola aurea: in Europa chi si trova isolato in determinati contesti diventa automaticamente vulnerabile. Nella fattispecie, l'Italia, qualora crescesse a livelli decisamente inferiori ai partner, si troverebbe esposta a misure di natura restrittiva volute dagli altri Paesi, a fronte della necessità di beneficiare ancora di misure espansive volte a stimolare la crescita. Ovviamente si creerebbe così un circolo vizioso che danneggerebbe il nostro tessuto produttivo ed allontanerebbe la definitiva uscita dalla crisi. E' evidente che, nel delicato scenario fin qui tracciato, un Governo stabile in grado di sostenere, in casa, le nostre aziende con interventi strutturali e, in Europa, di smussare le decisioni ultrarigoriste di matrice teutonica assumerebbe una valenza determinante specie per le nostre PMI.

  2. Il secondo fattore riguarda il credito alle imprese. Qui il vero rischio, strettamente correlato al precedente, è che le nostre imprese non solo si trovino a combattere in uno scenario 2019 in rallentamento, ma che debbano anche affrontare questo scenario in presenza di un inaridimento dei flussi creditizi. Infatti, da una parte, le nuove regole di vigilanza di recente proposte separatamente dalla BCE, dalla Commissione Europea e dall'EBA (European Banking Authority) richiedono ai sistemi bancari sempre maggiori accantonamenti e sempre maggior patrimonio al fine di fronteggiare le perdite attese sui crediti deteriorati (NPL-Non Perfoming Loan). Purtroppo, la conseguenza di questa impostazione è la possibile limitazione della capacità delle banche di sostenere adeguatamente il tessuto imprenditoriale. Dall'altra, appare ormai ineluttabile il progressivo rallentamento delle misure monetarie varate da Mario Draghi volte a far affluire alle aziende, attraverso le banche, abbondante liquidità a tassi ridottissimi al fine di stimolare gli investimenti e la ripresa. Anche in questo caso il concreto rischio è che le nostre imprese si vedano ridurre i flussi creditizi prima di essere sostenute da una ripresa solida e strutturale. O, quantomeno, che questi flussi divengano molto più onerosi. A questo proposito, Mediobanca ha calcolato che i tassi sulle operazioni non garantite potrebbero salire mediamente del 20%, con punte decisamente superiori per le imprese con rating a rischio alto. E poiché molte di queste norme di vigilanza incriminate sono ancora in fase di consultazione (norme dell'EBA) o stanno effettuando il loro iter politico (norme della Commissione), risulta evidente che avere un governo forte in grado di rappresentare le esigenze e le peculiarità del nostro tessuto imprenditoriale in Europa assume la stessa valenza per le nostre imprese di un farmaco salvavita.
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