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Mercoledì 26 Settembre 2018, ore 10.27
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126 / Perché non ci conviene lanciarci con la baionetta contro l’Europa

Non si può ignorare l'esistenza di alcuni fattori di rischio che dovrebbero sconsigliare uno scomposto e velleitario assalto all'arma bianca contro mezza Europa

Andrea Ferretti
Andrea Ferretti
Economista e giornalista economico, docente al Corso di "Gestione delle Imprese Familiari" presso l'Università di Verona; collabora con l'Università Parthenope di Napoli e Roma 3 sugli Accordi di Basilea.
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Accantonata la improbabile idea di una uscita unilaterale dall'Euro al momento decisamente poco percorribile, l'attuale dibattito politico – economico si è concentrato sulla questione del comportamento da tenere ai tavoli europei. In sostanza, dovremmo battere malamente i pugni sul tavolo pronti anche ad un duro scontro con i partner europei? O dovremmo piuttosto mediare diplomaticamente per ottenere un ammorbidimento del rigore così da stimolare la nostra crescita ancora asfittica?

Una cosa è certa: una volta deciso di rimanere nell'Euro, appare fondamentale avere al nostro interno quella coesione politica che ci consenta poi di andare a Bruxelles a rappresentare con decisione le nostre esigenze e le nostre necessità. Infatti non va mai trascurata quella regola aurea che ci ricorda che “in Europa se non sei presente sono gli altri a decidere per te”. E per presenti non si intende certo una presenza formale, ma una presenza sostanziale che, basandosi su una autorevolezza ed una affidabilità riconosciuta, ci permetta di sedere ai tavoli più delicati (immigrazione, crescita, occupazione, revisione dei trattati etc). Ciò premesso, tornando al quesito iniziale, non si può però ignorare l'esistenza di alcuni fattori di rischio che dovrebbero sconsigliarci di lanciarci in uno scomposto e velleitario assalto all'arma bianca contro mezza Europa.

Il primo di questi fattori che dovrebbero consigliarci una certa prudenza riguarda il nostro debito pubblico. Purtroppo questo fardello da 2300 mld (132% del nostro PIL) non da segni di cedimento. Anzi, probabilmente, le politiche sociali espansive comprese nel programma, prima di stimolare eventualmente i consumi, genereranno ulteriori pressioni sullo stock del debito. Non solo, il nostro debito pubblico è una specie di enorme altoforno che non può mai essere spento e che ogni anno deve essere alimentato da circa 400 mld circa di nuovi titoli e da 65 mld di interessi.

Questo mostro ci crea 2 grossi problemi: il primo è che un debito pubblico di queste dimensioni rende comunque il nostro equilibrio economico–finanziario instabile e vulnerabile a shock esterni. E, certamente, in questi periodi, variabili esogene potenzialmente pericolose non mancano certo: i dazi di Trump che potrebbero costarci già da quest'anno uno 0,3% del PIL, la Brexit, il deterioramento della situazione in Argentina e Turchia, le tensioni con la Russia etc etc. Tra l'altro, giova ricordare che il nostro stock di debito è composto per ben 1800 mld da BTP e CCT che rappresentano la componente più esposta al rischio di una impennata dei rendimenti da shock esogeno.
Il secondo problema è che il nostro debito pubblico, dovendo, come detto, essere continuamente alimentato con nuove sottoscrizioni, non solo è vulnerabile agli shock esterni, ma è anche estremamente dipendente dagli umori, dalle paure, dalle ansie dei mercati. Si tratta di quel fattore S (Sentiment) che ha dimostrato tutta la sua pericolosità durante i momenti più delicati della crisi, quando ha preso il sopravvento anche sui dati economici oggettivi.
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