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Mercoledì 19 Dicembre 2018, ore 09.13
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125 / Perché le nostre banche hanno bisogno di un governo stabile

In uno scenario così complesso ed interconnesso, è indispensabile avere in Europa una presenza costante ed attiva che solo una stabilità politica ed un governo in piena efficienza può dare

Andrea Ferretti
Andrea Ferretti
Economista e giornalista economico, docente al Corso di "Gestione delle Imprese Familiari" presso l'Università di Verona; collabora con l'Università Parthenope di Napoli e Roma 3 sugli Accordi di Basilea.
E' indubbio che un governo stabile in grado di fronteggiare scenari complessi è un farmaco salvavita per le nostre aziende specie medio - piccole (vedi Il punto sulla crisi n. 124 "Perché le nostre aziende hanno bisogno di un governo stabile”). Tuttavia, è anche vero che il nostro sistema bancario, in considerazione delle sue peculiarità, ha assoluta necessità di muoversi a livello europeo con alle spalle un governo in grado di evitare che decisioni prese a livello centrale danneggino in maniera specifica le nostre banche e, di riflesso, il nostro tessuto produttivo.

Più in particolare ci sono alcuni fattori di rischio che, a causa della loro invasività, andranno affrontati con notevole attenzione. Il primo di questi fattori è costituito dalle nuove normative di vigilanza proposte da BCE, Commissione Europea e EBA (European Banking Authority) tutte volte a imporre alle banche una rapida riduzione del credito deteriorato presente nei loro bilanci a causa di nove anni di crisi ininterrotta. Il problema è che l'imposizione di uno smaltimento rapido dei crediti deteriorati, o la richiesta di sempre maggiori accantonamenti a bilancio a fronte degli stessi, può generare importanti danni collaterali in grado di danneggiare sia il nostro sistema bancario che quello produttivo.

Più in particolare, l'EBA ha di recente aperto una consultazione tra i sistemi bancari sulla proposta di porre un tetto massimo del 5% al rapporto credito deteriorato/impieghi. Questa soglia di natura quantitativa, che dovrebbe partire dal gennaio 2019, costituirebbe dunque uno spartiacque tra le banche virtuose e le banche non virtuose. Su queste ultime, caratterizzate da un eccesso di crediti deteriorati (NPL – Non Performing Loan), verrebbe dunque acceso un forte faro per spingerle ad attivare brusche manovre di smaltimento degli NPL.

E' necessario però fare alcune considerazioni.

La prima è che è vero che al momento l'incidenza dei crediti deteriorati lordi sugli impieghi in Italia, attestato intorno al 12%, è molto più elevata della media europea che si muove intorno al 4% (Germania 2%, Francia 3,2%). Tuttavia è necessario evidenziare che questa diseguaglianza non deriva affatto da una nostra incapacità di fare un credito prudente, ma dal fatto che le banche mediterranee storicamente sostengono le imprese, specie medio-piccole, molto più delle banche anglosassoni molto più dedite alla finanza. La conseguenza diretta di questa impostazione è che sono proprio le banche italiane e mediterranee a soffrire maggiormente della crisi che ha colpito da oltre nove anni il sistema produttivo europeo.

La seconda considerazione è che il sistema bancario italiano è quello che più di ogni altro si è dato da fare negli ultimi periodi per abbattere il livello dei crediti deteriorati: a gennaio 2018 le sofferenze nette delle banche italiane sono scese sotto i 60 mld con un calo del 32% rispetto al dicembre 2016. Ciò detto, risulta però evidente che se a livello europeo non si tiene conto di questo sforzo e si propongono tappe forzate e tagli drastici e lineari come quelli proposti dall'EBA senza considerare le peculiarità dei diversi settori bancari coinvolti, i danni collaterali possono essere pesantissimi. Infatti il rischio concreto è che gli istituti considerati "non virtuosi" siano costretti a smaltire in emergenza gli NPL a prezzi troppo contenuti esponendosi così a possibili ingenti perdite. In questo caso si aprirebbe inevitabilmente uno scenario negativo caratterizzato da abbattimento della redditività delle banche, eventuali necessità di aumenti di capitali, impossibilità di supportare adeguatamente le imprese.

Oltretutto, alle proposte dell'EBA sin qui descritte, vanno sommate anche le nuove regole di vigilanza varate dalla BCE. Queste, in estrema sintesi, impongono alle banche di coprire le esposizioni non coperte da garanzie reali che entreranno in credito deteriorato dopo il 1 aprile 2018 con accantonamenti al 100% entro due anni. Anche in relazione a queste misure sono prevedibili pesanti conseguenze sia sul fronte delle banche che su quello delle imprese. Più in particolare, la redditività delle banche verrebbe ulteriormente mortificata dall'incremento degli accantonamenti richiesti. Da parte loro, le imprese si troverebbero invece a fronteggiare o una spasmodica richiesta di garanzie reali da parte delle banche o un aumento (si stima anche del 20%) del costo delle operazioni non garantite.

Appare dunque evidente che, in uno scenario così complesso ed interconnesso, è indispensabile avere in Europa una presenza costante ed attiva che solo una stabilità politica ed un governo in piena efficienza può dare.

In Europa, purtroppo, vige la regola aurea che "se sei assente, sono gli altri a decidere anche per te".
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