Qualche centesimo in più sul caffè, un euro in più sul detersivo, dieci euro che rendono la bolletta più pesante. Sembrano piccoli aumenti, ma sommati pesano sulle finanze personali e familiari. E quando i prezzi crescono in modo diffuso, la stessa cifra permette di comprare meno beni e servizi. Ecco, questo è il punto dove inflazione e potere d’acquisto s’incastrano: se la prima descrive l’aumento generale dei prezzi, il secondo misura quanto si porta a casa con lo stesso stipendio o con gli stessi risparmi.
Cos’è l’inflazione
L’inflazione è l’aumento generalizzato e continuativo dei prezzi di beni e servizi in un certo periodo. Non riguarda il prezzo di una cosa (una singola marca di pasta o uno specifico modello di telefono), ma la tendenza media dei prezzi su un insieme ampio di prodotti: alimentari, trasporti, energia, affitti, servizi alla persona e così via.
Quando l’inflazione sale, la diretta conseguenza è che la moneta vale meno nel tempo. Se ieri con 100 euro riempivamo un carrello in un certo modo, oggi quello stesso carrello costa di più.
Potere d’acquisto: che cos’è e come si vede
Il potere d’acquisto è la capacità reale di un reddito o di un patrimonio di trasformarsi in beni e servizi. Quindi, è anche la risposta a questa domanda: quanta spesa reale permette di fare uno stipendio?
Facciamo un esempio semplice: se un reddito mensile è 2.000 euro e la spesa alimentare passa da 400 a 440 euro per effetto dei rincari, la quota destinata alla spesa sale dal 20% al 22%. A parità di stipendio, resta meno spazio per il resto. Se invece lo stipendio cresce, ma meno dell’inflazione, il risultato finale è sempre lo stesso: si recupera poco o nulla.
Ecco perché spesso l’inflazione viene definita una tassa (che però non passa dal fisco): perché riduce per tutti la quantità acquistabile, anche se non colpisce tutti allo stesso modo.
Come si misura l’inflazione
Quando si misura l’inflazione in Italia si parte dal concetto di paniere, ovvero un insieme di beni e servizi rappresentativi delle abitudini di consumo. L’ISTAT aggiorna regolarmente questo paniere: negli anni entrano prodotti e servizi nuovi, altri spariscono, e cambiano anche i pesi, ovvero quanto ricadono realmente sulle spese delle famiglie.
Da qui nascono diversi indici, che vengono usati per scopi diversi.
| INDICE | DESCRIZIONE |
| NIC | L’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività nazionale. È l’indicatore generale: misura l’andamento dei prezzi per l’insieme delle famiglie italiane, indipendentemente da reddito o professione. È quello più citato nei dati ufficiali e nei confronti storici sull’inflazione |
| FOI | L’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati. Ha un paniere e dei pesi leggermente diversi perché riflette abitudini di spesa più concentrate su beni essenziali. È molto usato come riferimento pratico: adeguamenti di affitti, assegni, contratti e rivalutazioni monetarie si basano spesso su questo indice |
| IPCA | L’indice armonizzato dei prezzi al consumo, che serve per confrontare l’inflazione italiana con quella degli altri Paesi dell’area euro, perché segue una metodologia comune a livello europeo. È l’indice che guardano soprattutto le istituzioni europee e la BCE per valutare la stabilità dei prezzi |
L’idea di base è quella di osservare la variazione media dei prezzi e trasformarla in un numero che si può leggere e interpretare. Quando si parla di “inflazione di fondo”, invece, si ragiona su indici che escludono le componenti più volatili (tipicamente energia e alimentari) per capire se i rincari sono un picco temporaneo o una tendenza più persistente.
Inflazione e potere d’acquisto negli ultimi anni in Italia: tabella di riepilogo
Di seguito una serie storica più lunga, basata su dati reali di inflazione media annua in Italia (indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività).
Per rendere il concetto immediato, il potere d’acquisto è espresso come valore reale di 100 euro dell’anno base 2015. L’ultima colonna indica quanto valgono oggi, in termini di beni e servizi, 100 euro del 2015.
| ANNO | INFLAZIONE MEDIA ANNUA | INDICE PREZZI (BASE 2015 = 100 EURO) | VALORE REALE DI 100 € DEL 2015 |
| 2015 | +0,1% | 100,0 | 100,0 |
| 2016 | -0,1% | 99,9 | 100,1 |
| 2017 | +1,2% | 101,1 | 98,9 |
| 2018 | +1,2% | 102,4 | 97,7 |
| 2019 | +0,6% | 103,0 | 97,1 |
| 2020 | -0,2% | 102,8 | 97,3 |
| 2021 | +1,9% | 104,7 | 95,5 |
| 2022 | +8,1% | 113,2 | 88,3 |
| 2023 | +5,7% | 119,7 | 83,5 |
| 2024 | +1% | 120,8 | 82,7 |
| 2025 | +1,5% | 122,6 | 81,5 |
Da questa tabella emerge che tra il 2015 e il 2025 100 euro hanno perso circa il 18-19% di potere d’acquisto.
Il grosso dell’erosione non è avvenuto gradualmente, ma in due anni chiave: 2022 e 2023.
Il rientro dell’inflazione nel 2024-2025 non ha riportato indietro i prezzi, bensì ha rallentato solo la velocità con cui continuano a salire.
Se i redditi non crescono almeno quanto l’indice dei prezzi, la perdita diventa strutturale.
Emerge infine un dato evidente: se nel 2015 100 euro permettevano un certo paniere di acquisti, nel 2025, per comprare lo stesso paniere, servirebbero circa 123 euro.
Perché l’inflazione colpisce alcuni più di altri
L’inflazione è iniqua perché dipende da cosa si compra. Chi ha redditi più bassi tende a spendere una quota maggiore in voci difficili da comprimere: pensiamo ai generi alimentari, al consumo di energia, ai trasporti, solo per fare qualche esempio. Se proprio quelle categorie crescono più della media, il colpo sul bilancio è praticamente immediato. Al contrario, chi ha più margine può assorbire meglio i rincari e rimodulare spese non essenziali.
C’è poi una conseguenza che viene spesso sottovalutata: quando i redditi nominali aumentano, si può finire in scaglioni IRPEF più alti. Pertanto, la quota tassata con aliquote maggiori cresce, anche se il potere d’acquisto resta fermo o migliora di poco.
Facciamo un esempio semplice: lo stipendio sale del 5%, ma tra tasse più alte e inflazione il netto reale cresce dell’1% o resta invariato e in alcuni casi può perfino diminuire.
Questo fenomeno è noto come drenaggio fiscale ed è uno dei motivi per cui l’adeguamento salariale non sempre si traduce in recupero reale. Infatti, l’aumento nominale del reddito viene assorbito dal fisco, perché scaglioni e detrazioni non sono adeguati automaticamente all’inflazione. Il risultato è che l’adeguamento salariale non compensa davvero la perdita di potere d’acquisto, anche quando sembra farlo.
Inflazione e risparmi: l’erosione silenziosa
Sui risparmi l’effetto è diretto, perché l’inflazione riduce il valore reale del denaro accumulato. Se i rendimenti sono bassi e i prezzi crescono, il risparmio fermo perde capacità di spesa. In parole povere, il saldo sul conto resta uguale, ma quello che ci si può comprare con quel saldo diminuisce. Ecco perché non è una buona idea tenere fermi i soldi su un conto corrente che non produca neppure interessi attivi sulla giacenza.
Un punto chiave è il tasso reale: se il rendimento nominale è inferiore all’inflazione, il risultato reale è negativo. In altre parole, si cresce in termini di numeri, ma si perde in potere d’acquisto.
Inflazione e debiti: quando aiuta e quando no
Sui debiti il discorso cambia perché esiste sempre un debitore e un creditore. Se un debito è a tasso fisso, l’inflazione tende a favorire chi paga le rate: l’importo resta lo stesso, ma col tempo pesa meno sul reddito, soprattutto se stipendi e ricavi crescono (anche lentamente). È il motivo per cui si dice spesso che l’inflazione mangia parte del debito.
Con i mutui a tasso variabile la storia può ribaltarsi. Nei periodi inflattivi le banche centrali spesso alzano i tassi per raffreddare i prezzi. Questo può tradursi in rate più alte proprio mentre il bilancio familiare è già sotto pressione per rincari su bollette e spesa. Per chi deve indebitarsi da zero, inoltre, l’aumento dei tassi rende nuovi finanziamenti più costosi.
Inflazione e investimenti: chi perde e chi si protegge
In merito agli investimenti finanziari, se l’inflazione sale e i tassi salgono, i titoli a tasso fisso emessi in passato diventano meno attraenti e possono scendere di prezzo. Chi ha strumenti indicizzati (all’inflazione o a tassi variabili) tende invece a essere più protetto, perché cedole o rimborsi si adeguano in parte ai nuovi livelli.
Anche azioni e immobili possono risentire dell’aumento dei tassi, perché cambia il costo del denaro e cambiano le valutazioni. Il legame non è sempre immediato né uguale per tutti i settori, ma la regola generale è questa: tassi più alti significano mutui e finanziamenti più costosi, quindi meno domanda e meno domanda vuol dire prezzi sotto pressione.
Per quanto riguarda le azioni, i tassi alti rendono più appetibili strumenti sicuri come obbligazioni e depositi. Inoltre, aumentano il costo del capitale per le aziende, che vedono ridursi utili attesi e valutazioni. Alcuni settori ne soffrono più di altri (tech e crescita in primis), altri reggono meglio (utility, banche, energia, healthcare).
Relativamente agli immobili, invece, i tassi alti rendono i mutui più cari: meno persone comprano, i tempi di vendita si allungano e i prezzi tendono a stabilizzarsi o scendere. Nei mercati dove i prezzi erano già molto alti (grandi città, zone centrali, immobili nuovi o di pregio), i compratori diminuiscono, le case restano più a lungo in vendita, i venditori finiscono con il dover rivedere la richiesta. Prima si blocca la crescita, quindi, poi arrivano gli sconti.
Dove invece i prezzi erano più allineati ai redditi o c’è domanda strutturale (affitti, zone turistiche, zone universitarie), l’impatto è più contenuto: i prezzi tengono meglio, anche se le compravendite rallentano comunque.
Insomma, i tassi alti raffreddano il mercato e colpiscono per primi gli immobili più cari e dipendenti dal credito.
Inflazione buona, cattiva e inflazione percepita
Non tutta l’inflazione nasce nello stesso modo. Se i prezzi salgono perché l’economia tira (c’è più lavoro, aumentano i consumi, c’è più domanda), l’aumento può essere assorbito. Le persone guadagnano di più, le imprese vendono di più e l’inflazione accompagna la crescita. In questo caso, parliamo quindi di inflazione gestibile, o di inflazione “buona”.
Se invece i prezzi salgono per problemi legati all’offerta (l’energia che rincara, le materie prime che scarseggiano, le catene di approvvigionamento in crisi) la situazione cambia. Si paga di più senza che redditi e produzione crescano allo stesso ritmo. Si tratta dell’inflazione più dolorosa (inflazione “cattiva”), perché erode il potere d’acquisto mentre l’economia rallenta.
Poi c’è l’inflazione percepita, ovvero come viene vissuta. Anche se l’indice ufficiale scende, se aumentano soprattutto spesa alimentare, carburante e bollette (cioè quelle voci che si pagano ogni settimana o ogni mese) la sensazione è di peggioramento. È per questa ragione che molte famiglie si sentono più povere anche quando i numeri macro sembrano migliorare.