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Domenica 25 Settembre 2016, ore 02.29
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39 / La grande solitudine

Andrea Ferretti
Andrea Ferretti
Economista e giornalista economico, docente al Corso di "Gestione delle Imprese Familiari" presso l'Università di Verona; collabora con l'Università Parthenope di Napoli e Roma 3 sugli Accordi di Basilea.
A ben vedere, nell'ultimo scorcio di Aprile, il quadro politico - economico ha evidenziato al suo interno alcuni mutamenti sicuramente degni di rilievo.
Innanzitutto non si può trascurare il fatto che, a fronte dell'inasprirsi della crisi, in quasi tutti i Paesi dell'Unione si è levata alta una crescente richiesta, proveniente da ogni strato della popolazione, di crescita e sviluppo che si è quasi sovrapposta al dogma infallibile del rigore di bilancio. Anzi sembrerebbe che questa richiesta, fino a qualche tempo fa considerata poco meno di una bestemmia, in quanto in grado di metter in discussione l'ortodossia rigorista di stampo teutonico, si sia ormai trasformata in una onda d'urto in grado di influenzare in senso espansivo le politiche e gli atteggiamenti dei diversi Governi dell'UE.

Tuttavia questa pressione, nonostante la sua veemenza, difficilmente sarebbe riuscita a fare breccia nel fortino europeo - la cui intransigenza fiscale è stata fino ad oggi difesa ad oltranza dalle truppe corazzate della Germania, della Francia e dai gregari del club della tripla A - in assenza degli importanti mutamenti oggi in atto proprio nell'ambito di quest'ultimo schieramento. Da questo punto di vista la possibilità di sostituire al concetto di "rigore a qualunque costo" quello di "rigore sostenibile", sta traendo grande forza almeno da tre fattori.

Il primo fattore è connesso alla situazione in Francia dove l'asse franco - tedesco, in verità più sostenuto da Sarkozy per calcolo che per intima convinzione, potrebbe rapidamente disgregarsi qualora Hollande dovesse approdare all'Eliseo come da molti ritenuto probabile. Il socialista, infatti, ha più volte chiarito come la soluzione della crisi non passi per una austerità a vita, ma per una disciplina coniugata alla crescita e che, in caso di vittoria elettorale si farebbe paladino di una rinegoziazione del Trattato in ottica meno intransigente, meno teutonica andando a toccare anche misure (ad esempio gli Eurobond) da sempre ritenute dalla Merkel non percorribili.

Il secondo fattore riguarda, invece, la situazione all'interno dello schieramento composto dagli alleati storici dell'intransigenza tedesca, ossia dai cosiddetti Paesi nord europei del "club della tripla A". In quest'ambito, infatti, il Governo Olandese, da sempre il vassallo più rigido e fedele all'impostazione fiscale tedesca, è caduto proprio nel tentativo di far passare un pacchetto di nuovi tagli per 16 miliardi non solo necessari per riportare il rapporto deficit/PIL nel trend concordato a livello europeo, ma anche al fine di scongiurare un possibile declassamento da parte delle società di Rating.

Infine, il terzo fattore appare costituito dalle recentissime esternazioni del presidente della BCE Mario Draghi che, parlando di fronte alla commissione Affari economici del Parlamento europeo ha evidenziato la necessità, dato il perdurare della crisi in atto, di abbinare al fiscal compact anche un growth pact, un patto per la crescita, stimolato, tra l'altro, da una maggior cooperazione dei Paesi europei nell'ambito della ricerca, dello sviluppo, delle infrastrutture.

La Germania, con spirito prussiano, lotta, difende la sua dottrina ortodossa, non si arrende, ma appare ogni giorno più sola.
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