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Mercoledì 7 Dicembre 2016, ore 21.20
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99 / Mario Draghi e Yanis Varoufakis: due attori contrapposti nel dramma di Atene

Possiamo approfittare di questo “armistizio” per fare un paio di riflessioni su alcuni degli attori che hanno partecipato all'ultimo atto di questo psicodramma

Andrea Ferretti
Andrea Ferretti
Economista e giornalista economico, docente al Corso di "Gestione delle Imprese Familiari" presso l'Università di Verona; collabora con l'Università Parthenope di Napoli e Roma 3 sugli Accordi di Basilea.
Per fortuna, esattamente come auspicato nel punto sulla crisi n° 98 ("Crisi greca: cerchiamo di non giocare con il fuoco"), un accordo in extremis per evitare un drammatico default della Grecia è stato raggiunto. Ora, risulta del tutto evidente come né con l'intervento ponte da 7,2 miliardi di Euro necessario per coprire le prime scadenze nei confronti di BCE e Fondo Monetario, né con l'inizio delle trattative per il nuovo bail-out da oltre 80 miliardi, il problema greco sia stato superato. Tuttavia, perlomeno, è stata cancellata quell'assurda idea per cui sia le sorti di un intero popolo, sia la sopravvivenza stessa dell'idea di una Unione Europea dovessero per forza essere decise in poche ore per rispettare le scadenze tecniche. Premesso, dunque, che moltissimo c'è ancora da fare su ambedue i fronti per trovare soluzioni durature, possiamo approfittare di questo armistizio per fare un paio di riflessioni su alcuni degli attori che hanno partecipato all'ultimo atto di questo psicodramma.

Nella “piece” in esame il personaggio positivo, assai verosimilmente, è rappresentato ancora una volta da Mario Draghi. Infatti, anche in quest'ultimo drammatico periodo, il Presidente della BCE, che probabilmente ha già salvato l'Euro un paio di volte (avvitamento della crisi nel 2011 ed il celebre “What ever it takes” del Luglio 2012), ha dato ampia prova di grande equilibrio. E' apparso il più lucido nel far comprendere ai partner europei i reali pericoli che l'U.E. avrebbe corso a seguito di un default greco in termini di rallentamento della crescita, crollo della fiducia e possibili attacchi speculativi. E' stato, in assoluto, l'unico che ha potuto arginare (fino allo scontro) la incontenibile “tracimazione” del ministro delle finanze tedesco Schaeuble, ormai convinto dell'ineluttabilità del default greco. E' stato l'unico che, mentre il Fondo Monetario abbandonava il tavolo delle trattative, Tsipras indiceva improbabili referendum ed i politici attuavano la politica delle cannoniere, è riuscito a tenere la barra al centro ed a gestire tecnicamente una delle più gravi emergenze dall'avvento dell'Euro.

Da non trascurare, a questo proposito, il fatto che il rapido deterioramento della situazione ha messo nelle mani di Mario Draghi e della BCE, almeno per alcune ore, la “valigetta con i codici di lancio delle atomiche” (ovviamente in senso lato). Infatti, non bisogna dimenticare che, nella fase più acuta delle trattative, il rischio immediato non era tanto costituito da un possibile default ordinato della Grecia, ma da un “Grexit” disordinato determinato dal crollo a catena delle principali banche elleniche tenute in vita esclusivamente dai fondi di emergenza (ELA) della BCE.

Incredibilmente, dunque, contro ogni logica ed ogni Trattato, di fatto, la permanenza di un paese membro nell'Area Euro è di fatto dipeso dalle decisioni della Banca Centrale Europea e non dagli accordi tra Governi. In questa occasione Draghi, ovviamente sottoposto a pressioni di ogni genere, è riuscito a mantenere in equilibrio la situazione fino a quando la politica non ha ritrovato la propria capacità decisionale per giungere ad un compromesso.

Il personaggio negativo dello psicodramma ellenico è invece rappresentato dal sorprendente Yanis Varoufakis. Francamente l'ex ministro greco ha spesso dato l'impressione di essere più attento a costruire il “personaggio Varoufakis” che a difendere le sorti del suo popolo. A ben vedere le ipotesi sul tavolo sono soltanto due: la prima è che Varoufakis, probabilmente obnubilato dal proprio Ego, abbia scientemente anteposto la figura del condottiero, dell'eroe, del grande economista, del conferenziere alle sorti del popolo a lui affidate.

La seconda è che fosse davvero convinto che l'unica opzione percorribile risiedesse nel guidare i greci, stremati da anni di austerità e senza più un Euro, allo scontro frontale contro le corazzate teutoniche. Nel primo caso ci troveremmo di fronte ad una sorta di malfattore, nella seconda ad un visionario forse anche incompetente. Comunque sia, il vero talento di Varoufakis si è visto solo dopo l'improbabile e dannoso referendum quando, con perfetto tempismo, il ministro ha utilizzato l'unica finestra che gli consentiva di lasciare la scena da vincitore, acclamato dalla piazza e senza alcun danno alla propria amatissima immagine. Probabilmente aveva intuito che i veri problemi, anche a causa del risultato referendario, dovevano ancora manifestarsi.

Ma in fondo, a ben vedere, Varoufakis era comunque in una botte di ferro. Se per caso la sua teoria dello scontro frontale con i partner europei avesse portato ad un qualche risultato, sarebbe stato acclamato come il salvatore della patria. Se le cose si fossero invece messe male, si sarebbe creato uno scenario apocalittico per il popolo greco, ma non certo per i ricchi greci con ingenti depositi di Euro all'estero, per i quali, anzi, si sarebbero aperti eccezionali opportunità di business e saldi irripetibili.

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