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Venerdì 9 Dicembre 2016, ore 14.39
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84 / Deflazione: da allarme giallo ad allarme rosso

In realtà, nell’ambito della zona UE, la spia che monitora i dati sull’inflazione/deflazione si era già accesa da almeno un semestre, tuttavia, con i dati di Marzo, il grado di allarme è stato bruscamente innalzato dal livello giallo a quello rosso.

Andrea Ferretti
Andrea Ferretti
Economista e giornalista economico, docente al Corso di "Gestione delle Imprese Familiari" presso l'Università di Verona; collabora con l'Università Parthenope di Napoli e Roma 3 sugli Accordi di Basilea.
In realtà, nell'ambito della zona UE, la spia che monitora i dati sull'inflazione/deflazione si era già accesa da almeno un semestre, tuttavia, con i dati di Marzo, il grado di allarme è stato bruscamente innalzato dal livello giallo a quello rosso. E questo innalzamento della soglia di allarme è derivato essenzialmente dal fatto che la BCE, a fronte di una ulteriore discesa dei prezzi nei principali Paesi europei ha ammesso chiaramente la potenziale pericolosità della situazione e la sua intenzione di scendere in campo anche con "armi non convenzionali".

Posto che Spagna, Slovacchia, Portogallo, Grecia e Cipro sono già in zona "deflazione" e che l'Italia non è messa molto meglio visto che a Marzo ha fatto registrare una inflazione allo 0,4%, è forse opportuno riassumere alcuni dei motivi che rendono il problema deflazione così allarmante.

Innanzitutto la deflazione – quella "cattiva" che deriva da una stagnazione della domanda e dei consumi – è pericolosa perché agisce sulle aspettative, sul sentiment degli operatori economici.

Qualsiasi imprenditore che si aspetti una riduzione dei prezzi dei macchinari tenderà, al possibile, a rimandare l'acquisto di una nuova macchina per la propria azienda, come, del tutto analogamente, un padre di famiglia, in un contesto deflazionistico, tenderà a rimandare l'acquisto dell'auto confidando in un risparmio futuro. Il problema è che, così facendo, si interrompe la catena di trasmissione economica e si genera una pericolosa reazione a catena. Il venditore di macchinari, a seguito del rinvio dell'acquisto, proverà ad abbassare ulteriormente i suoi prezzi alimentando così la spirale deflazionistica e poi finirà, inevitabilmente, per ridurre i propri consumi o per licenziare un dipendente alimentando anche la stagnazione dell'economia.

In secondo luogo la deflazione è altamente pericolosa perché è subdola. Infatti la deflazione non fa crollare l'economia, ma la narcotizza lentamente, senza shock e senza traumi, con la conseguenza che la pericolosità del suo movimento strisciante viene spesso sottovalutato (come oggi) e si corre ai ripari quando è poi troppo tardi.

Da non trascurare, oltretutto, che l'attuale minaccia deflazionistica non si manifesta dopo un periodo di vacche grasse, ma dopo ben sette anni di profonda crisi, con la conseguenza che il cloroformio deflazionistico ha facile gioco nel rallentare la ripartenza di un volano decisamente arrugginito.

In quest'ottica, la situazione italiana appare ancor più delicata che altrove in quanto il rischio deflazionistico è in grado di impedire che le nostre ferite, ancora aperte, riescano a rimarginarsi. Più in particolare la deflazione (o una quasi deflazione) è perfettamente in grado di rallentare il riassorbimento sia del nostro abnorme debito pubblico, sia della nostra disoccupazione attestatasi ormai a quota 13%. Ma è anche in grado, comprimendo i consumi, di ricacciare in territorio negativo la nostra crescita asfittica che verosimilmente non supererà, nel 2014, quota 0,5-0,7%.

Speriamo che la BCE inizi davvero a tirare fuori dai depositi queste "armi non convenzionali" e che, anche qualora non abbia l'intenzione di usarle nell'immediato, le allinei in bella vista: anche le aspettative ed il sentiment degli operatori, negli attuali scenari, hanno un peso per nulla trascurabile.
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