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97 / Un nuovo colpo alle tre sorelle del rating

Forse sta per essere compiuto un altro passo in avanti teso a scardinare l’insano oligopolio delle tre sorelle del Rating: S&P, Moody’s e Fitch

Andrea Ferretti
Andrea Ferretti
Economista e giornalista economico, docente al Corso di "Gestione delle Imprese Familiari" presso l'Università di Verona; collabora con l'Università Parthenope di Napoli e Roma 3 sugli Accordi di Basilea.
Forse un altro passo in avanti teso a scardinare l'insano oligopolio delle tre sorelle del Rating S&P, Moody's e Fitch sta per essere compiuto. Infatti, dopo alcune modifiche in commissione, è tornato all'esame del Consiglio dei Ministri il decreto legislativo che recepisce la Direttiva europea 2013/14 UE volta ad allentare la morsa delle società di rating su OICR (Organismi di investimento collettivo del risparmio) e Fondi Pensione. Infatti, in buona sostanza, il provvedimento legislativo prevede che questi soggetti adottino sistemi e procedure interne per la valutazione del merito creditizio degli strumenti finanziari su cui intendono investire, in modo da evitare un esclusivo o meccanico affidamento alle valutazioni emesse dalle società di rating.

Ora, è evidente che queste disposizioni andranno ad influire su tutte le società di rating autorizzate (che, almeno sulla carta, non sono poche), ma è altrettanto evidente che, poiché le tre sorelle continuano a fare la parte del leone nel settore del rating, saranno proprio queste a subire in prima battuta le conseguenze del decreto in esame. Certamente ci vorrà ben altro per andare ad incidere davvero su uno scenario nel quale Standard & Poor's, Moody's e Fitch detengono oltre il 95% del mercato del rating e dove i grandi fondi quali Berkshire Hathaway (Worren Buffet), Blackrock Inst.Trust, Capital World Investors e Vanguard Group detengono partecipazioni non trascurabili sia in Moody's che in S&P. Come serviranno ben altri sforzi per scardinare quel circolo vizioso per cui questi fondi, a loro volta, appaiono strettamente connessi a primarie banche di investimento quali Goldman Sachs, JP Morgan e Morgan Stanley.

Tuttavia, questa norma, ancorché non costituisca una panacea ad ogni male, appare di un certo interesse in quanto va a sommarsi a quegli altri interventi normativi che avevano già posto i primi limiti allo strapotere delle tre sorelle del rating abbondantemente manifestatosi durante la crisi. Non è facile scordare, a questo proposito, il panic selling scatenato nel 2010 da un report di Moody's sul rischio di un contagio tra le banche dei Paesi periferici o i rating decisamente generosi che hanno permesso ai titoli subprime americani di penetrare come “cavalli di troia” all'interno dei fondi degni di maggior tutela (delle vedove e degli orfani dicono gli anglosassoni) con tutte le conseguenze immaginabili.

Tuttavia queste prime norme che prevedevano, ad esempio, l'obbligo per le società di rating di comunicare allo Stato la modifica del rating con un giorno di anticipo rispetto all'annuncio ufficiale, risentivano di una connotazione burocratico–amministrativa che impediva loro di incidere sulla vera essenza del problema. Il nuovo decreto legislativo sembrerebbe, invece, avere una maggior forza di penetrazione rispetto ai precedenti interventi. Infatti, sono solo due i modi per scardinare l'insano oligopolio delle tre sorelle del rating.

Il primo, su cui tenta di incidere il decreto legislativo, passa proprio per lo smantellamento progressivo degli automatismi che vincolano Fondi, Fondi pensione e società di investimento al giudizio espresso dalle Agenzie di rating (con particolare riferimento alle tre sorelle). Appare indispensabile, infatti, che i soggetti istituzionali si riapproprino di una autonoma capacità di emettere giudizi di merito su emittenti e strumenti finanziari senza essere legati, magari per statuto, al giudizio di società private esterne che, oltretutto, non hanno dato gran prova di sé negli ultimi 7 anni di crisi.

Il secondo modo per scardinare l'oligopolio di S&P, Moody's e Fitch consiste, invece, nell'“annacquare” il loro giudizio. Non avendo queste ricevuto una investitura “a divinis”, il loro parere non deve più essere considerato come “il giudizio” per eccellenza, ma semplicemente come uno dei pareri espressi dal mercato di cui, eventualmente, tenere conto.

In questa ottica diventa fondamentale dare maggiore dignità alle opinioni delle altre agenzie di rating presenti sul mercato come la canadese DBRS, la tedesca Scope ratings o, perché no, la cinese Dagong. Ed il fatto che alcune banche ed alcune assicurazioni abbiano di recente rinunciato al rating espresso da S&P (fatto impensabile solo qualche anno fa) sostituendolo con il giudizio di altre Agenzie, meno blasonate, ma non per questo meno affidabili, non può che far ben sperare per il futuro.


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