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Martedì 6 Dicembre 2016, ore 18.54
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62 / I fattori di rischio

Andrea Ferretti
Andrea Ferretti
Economista e giornalista economico, docente al Corso di "Gestione delle Imprese Familiari" presso l'Università di Verona; collabora con l'Università Parthenope di Napoli e Roma 3 sugli Accordi di Basilea.
Se è vero che la crisi spagnola sembra attualmente costituire il principale rischio per la tenuta dell'impalcatura dell'Euro (vedi il Punto sulla Crisi n. 61), non per questo possiamo rilassarci nella speranza che la speculazione sistemica, attratta dai Bonos, trascuri per un po' i nostri BTP.

Ciò non vuol dire che la situazione dei conti iberica sia assimilabile alla nostra. Il nostro sistema bancario, da sempre guidato con "le briglia corte" dalla Banca d'Italia (specie nel periodo di Mario Draghi) ha una solidità nemmeno paragonabile a quella del sistema spagnolo e certamente non ha sopra la testa una spada di Damocle costituita dalla bolla immobiliare come accade, invece, nella penisola Iberica. Anche a livello di conti pubblici il nostro trend di rientro dal deficit è decisamente più virtuoso di quello, assai lento, della Spagna, ed il nostro tasso di disoccupazione, ancorché a livelli elevati, è meno della metà di quello spagnolo.

Nonostante ciò, come si diceva, non possiamo assolutamente concederci il lusso di abbassare la guardia se non altro perché condividiamo con la Spagna due fattori di rischio potenzialmente molto pericolosi: il pesante fardello del debito pubblico ed una crescita ancora asfittica.

Per quanto riguarda il primo punto, il recentissimo aggiornamento del DEF (documento di economia e finanza) evidenzia che il nostro rapporto debito pubblico/PIL, appesantito dal sostegno garantito ai Paesi in difficoltà, crescerà ancora fino a quota 126% nel 2013 per iniziare, solo successivamente, una graduale discesa verso quota 119%. Da parte sua la Spagna, che storicamente partiva da un indebitamento decisamente più contenuto (40% del PIL) ha fatto parallelamente registrare una eccezionale escalation che ha portato il dato a quota 65% all'inizio del 2011, al 72% nel 2012, con previsioni di superamento di quota 80% nel 2013 a causa del peso dei 100 mld di aiuti concessi alle banche spagnole. Da non trascurare, inoltre, che numerose previsioni ipotizzano una successiva lievitazione dell'indebitamento spagnolo verso quota 100% del PIL.

Risulta evidente che finché l'Italia porterà sulle spalle un tale fardello che, da una parte, ci impone un onere di circa ottanta miliardi per interessi l'anno e, dall'altra, ci rende costantemente vulnerabili agli attacchi speculativi e schiavi delle paure dei mercati (flight to quality), non potremo mai stare tranquilli e dedicarci seriamente alla problematica della crescita.

Il secondo punto dolens riguarda, appunto, la crescita. Il citato DEF ha ritoccato al ribasso tutte le precedenti stime e prevede un calo del PIL italiano del 2,4% nel 2012 (precedenti previsioni -1,2%), dato che dovrebbe ridursi a -0,2% nel 2013 (- 0,6% per Confindustria); da notare che il nostro dato relativo al 2012 è anche peggiore di quello previsto per la Spagna che dovrebbe limitare la contrazione del PIL all'1,6%.

Purtroppo, il ribasso del nostro PIL ha trascinato con sé al ribasso anche il rapporto Deficit/PIL che si attesterà per il 2012, secondo il DEF, a quota 2,6% contro le precedenti previsioni dell'1,7%. Nonostante ciò, per fortuna, permangono ottime possibilità che il nostro principale target, ossia il pareggio di bilancio strutturale fissato per il 2013, possa essere egualmente centrato come concordato con i partners europei.

Il problema è che i precedenti interventi sui mercati della BCE, i previsti aiuti a sostegno delle banche, i nuovi programmi OTM della Banca Centrale, il sostanziale via libera al nuovo fondo ESM, sono tutti strumenti di fondamentale importanza, ma che, in assenza di una seria ripresa economica, possono solo farci guadagnare un altro po' di tempo.
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