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Martedì 22 Agosto 2017, ore 09.29
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114 / Crescita italiana al rallentatore: le nostre PMI in una spirale recessiva

Il vero rischio per noi nasce dalla divaricazione tra l'andamento asfittico della nostra economia e quello maggiormente reattivo delle economie dei partner europei

Andrea Ferretti
Andrea Ferretti
Economista e giornalista economico, docente al Corso di "Gestione delle Imprese Familiari" presso l'Università di Verona; collabora con l'Università Parthenope di Napoli e Roma 3 sugli Accordi di Basilea.
Decisamente non sono fantastici i recenti dati economici italiani pubblicati a Gennaio. Innanzitutto, i dati preliminari dell'Istat hanno confermato che, probabilmente, il 2016 si chiuderà in deflazione con i prezzi medi al consumo in ribasso dello 0,1% rispetto al 2015. Oltretutto, anche depurando il dato dagli effetti ribassisti dovuti al basso prezzo del petrolio, si ottiene una inflazione “core” (+0,5%), comunque incompatibile con un sano sviluppo. Dunque, il volano della nostra economia non riesce proprio a rimettersi in moto. Per converso, a fronte di un incremento dei prezzi nell'Eurozona dell'1,1%, l'inflazione in Germania ha inanellato a dicembre un sorprendente +1,7 % che si avvicina bruscamente all'obiettivo di inflazione fissato dalla BCE al 2%.

Cattive notizie anche sul fronte dell'occupazione: l'Istat ha evidenziato che, a Novembre, la disoccupazione in Italia ha quasi raggiunto quota 12%, con una punta di disoccupazione giovanile quasi al 40%. Anche qui il problema deriva dal confronto con gli altri Paesi dell'Eurozona che evidenziano un tasso di disoccupazione medio al 9,8% ed una disoccupazione giovanile intorno al 21%. Particolarmente significativo il dato in Germania dove, con 43 milioni di occupati, si è raggiunto il record dalla riunificazione e dove la disoccupazione giovanile si è ormai attestata intorno ad un eccellente 6%.

Ma le note più dolenti riguardano la nostra crescita. Qui l'allarme viene dal Fondo Monetario che, ha abbassato le stime di crescita del PIL Italiano portandole, per il 2017, allo 0,7% e, per il 2018, allo 0,8%, (le previsioni del governo sono ferme all'1%). Qui il problema non nasce solo dal fatto che si è trattato dell'unico caso di ribasso tra le grandi economie, ma anche dalla comparazione con il trend di crescita delle altre nazioni. Infatti, per il 2017, il Fondo stima una crescita dell'Eurozona dell'1,6%, con la Francia in crescita dell'1,3%, la Gran Bretagna dell'1,5% e la Spagna del 2,3%. Anche la Germania, dopo aver inanellato una crescita di quasi il 2% nel 2016, continuerà verosimilmente a crescere dell'1,5% sia nel 2017 che nel 2018 grazie alla forza della domanda interna trainata dal consumo delle famiglie.

Dunque, da quanto evidenziato, pur esistendo sicuramente un problema di scarsa crescita dell'Italia, il vero rischio per noi nasce dalla divaricazione tra l'andamento delle diverse economie. Infatti, nel momento in cui le economie degli altri paesi europei dovessero rimettersi in moto, mentre la nostra, zavorrata dai suoi pesi strutturali (scarsa produttività, burocrazia, elevata tassazione etc) rimanesse indietro ed isolata, lo scenario cambierebbe radicalmente. In breve tempo dalla “cabina di regia europea” (da cui vengono generate circa il 70% delle decisioni di natura economico-finanziaria) non partirebbero più misure pensate per stimolare la crescita, ma misure restrittive molto attente al controllo dell'inflazione e volte a favorire un rialzo dei tassi. Il tutto, ovviamente, sotto la regia teutonica ormai molto attenta alle elezioni e quindi alle proteste degli elettori tedeschi inferociti dal rendimento quasi nullo dei propri risparmi. E questo brusco cambio di strategia potrebbe mettere a dura prova il nostro tessuto industriale con particolare riferimento alle nostre PMI.

Ad esempio, in questa situazione, Mario Draghi avrebbe grossi problemi a perpetuare le eccezionali misure espansive della BCE volte ad iniettare, attraverso le banche, liquidità a costo bassissimo sui mercati così da stimolare gli investimenti delle aziende e la ripresa in generale. Risulta evidente che, venuto meno il sostegno della BCE, le nostre PMI si troverebbero ad operare in un contesto caratterizzato da un accesso al credito più difficile e più caro, senza però essere ancora uscite dal tunnel della crisi. Oltretutto, l'impatto sulle nostre PMI di quanto ipotizzato potrebbe essere esaltato dalla maggiore dipendenza delle nostre imprese dal canale bancario rispetto ai competitor europei storicamente più autonomi finanziariamente e più patrimonializzati. Il rischio concreto, dunque, è che la nostra crescita asfittica finisca per attirare le nostre PMI in una spirale che, autoalimentandosi, rallenti ulteriormente la loro uscita dalla più grave crisi dal dopoguerra ad oggi.

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