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Lunedì 19 Febbraio 2018, ore 05.25
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Banche centrali, Europa ed euro: analisi e previsioni future. Parola a Lorenzo Bini Smaghi

“Il 2018 sarà l'anno della stretta monetaria. BCE più forte, Europa ancora compatta”

Fine anno, tempo di bilanci e previsioni globali per il futuro, anche e soprattutto da un punto di vista economico. A tenere banco le recenti decisioni prese dalle banche centrali.

La scorsa settimana, ad aprire le danze era stata la mossa della Federal Reserve, che ha alzato i tassi di interesse, negli USA (il terzo rialzo dei tassi nell'anno, l'ultimo dell'era Yellen) con la Cina che, a sorpresa, nella notte ha risposto alzando leggermente (5 punti base) i tassi di riferimento sulle operazioni di mercato monetario (a 7 e 28 giorni e ad 1 anno) proprio in reazione alla decisione della Fed.

Riunione senza sorprese, come da pronostico, della Bce che conferma i tassi ai minimi storici e la rimodulazione del quantitative easing (QE) a partire da gennaio, con acquisti mensili dimezzati e orizzonte temporale degli acquisti almeno fino a settembre 2018.

Come ampiamente atteso, anche la Bank of England (BOE), ha lasciato fermi i tassi di interesse allo 0,50%, e mantenuto invariato il piano di acquisto di asset (Quantitative Easing).

Ma quali saranno le mosse future? Come si comporteranno le banche centrali nel 2018? E, di conseguenza, come cambierà la politica monetaria?

Ne abbiamo parlato con l'economista Lorenzo Bini Smaghi, attualmente Presidente del colosso francese Société Générale e di Italgas, dal giugno 2005 a dicembre 2011 è stato membro del Comitato esecutivo della Banca Centrale Europea. Autore di vari articoli e libri su tematiche monetarie e finanziarie, internazionali e europee, è stato Presidente di Snam, membro dei Consigli di Amministrazione di Finmeccanica, di MTS, della Banca Europea degli Investimenti e di Morgan Stanley International.

Le recenti decisioni prese dalle Banche centrali hanno evidenziato una divergenza della politica monetaria tra gli Stati Uniti e il Vecchio Continente: la Federal Reserve ha proseguito sulla strada dell’irrigidimento monetario (insieme alla Cina), mentre nessuna novità è arrivata dalle riunioni tenutesi durante la settimana della Banca Nazionale Svizzera, della Bank of England e della Banca Centrale Europea. Come dobbiamo leggere queste decisioni?

In realtà le decisioni delle banche centrali riflettono la diversa collocazione delle rispettive economie nel ciclo economico. Gli Stati Uniti sono all’ottavo anno di ripresa, e dunque è normale che abbiano già avviato la restrizione monetaria, anche se a ritmo molto graduale. Anche nel Regno Unito si è cominciato ad aumentare i tassi. Nell’area dell’euro, dove la ripresa è più recente, si è ridotta la quantità di acquisti di titoli da parte della BCE, ma la politica rimane giustamente accomodativa, perché l’inflazione è ancora lontana dall’obiettivo (del 2%), ed è difficile pensare che si possa mettere in atto una vera e propria restrizione prima del 2019.

Fin qui quel che è stato deciso, ma parliamo di futuro. A proposito di previsioni, quali saranno le mosse delle banche centrali nel 2018?

Se le previsioni di una continua espansione economica verranno confermate per il prossimo anno, ci si può aspettare che le banche centrali continueranno a restringere le condizioni monetarie, con ulteriori aumenti dei tassi d’interesse, a partire dagli Stati Uniti. L’area dell’euro seguirà, ma solo nel 2019, a meno di una imprevista accelerazione della crescita e dell’inflazione. Nel Regno Unito, bisognerà vedere se l’impatto di Brexit sulla crescita non determinerà un forte rallentamento, che potrebbe indurre la Banca d’Inghilterra ad invertire la tendenza alla stretta.

Dopo il terremoto Brexit, si fa un gran parlare anche da noi di una eventuale uscita dall'euro. Dal trascorso della sua esperienza come membro della BCE (Banca Centrale Europea), pensa sia una ipotesi percorribile o è da cestinare sotto il capitolo "fantascienza"?

Uscire dall’euro è molto diverso, e sicuramente più drammatico, che uscire dall’Unione europea, perché comporta un cambiamento drastico del valore delle attività finanziarie. Nessun risparmiatore vorrà essere penalizzato, per cui se si decidesse di indire un referendum sarebbero in molti a portare all’estero i propri risparmi, provocando il tracollo del sistema finanziario italiano. Già oggi vediamo che il rendimento dei titoli di stato italiani è più alto di quelli spagnoli o addirittura ciprioti o portoghesi, il che dimostra che c’è un rischio maggiore sul nostro paese. Il motivo è in parte tutto questo parlare di uscire dall’euro, che fa salire il rischio-Italia.

L’Europa con Draghi al timone della BCE si è rafforzata?

Si è rafforzata la BCE, dimostrando capacità di adattamento e di intervento di fronte a movimenti destabilizzanti dei mercati finanziari. Si sono fatti passi avanti anche in altri settori, come l’integrazione bancaria, ma rimane ancora molto da fare per rendere l’area dell’euro più resistente di fronte a shocks e crisi come quella che abbiamo avuto, che, bisogna ricordarlo, è la più grave dal dopoguerra ed ha avuto una dimensione mondiale. I recenti sondaggi comunque mostrano che in tutta Europa la fiducia nelle istituzioni europee è in aumento.

L’Europa perde pezzi e avanzano gli euroscettici: a suo giudizio, l'idea di Unione Europea è ancora valida o si rischia l'effetto domino?

L’Europa ha perso solo il Regno Unito, ma gli altri paesi hanno finora dimostrato compattezza e lo sfaldamento previsto da molti non si è realizzato. Bisogna comunque capire perché noi europei stiamo insieme, e i valori che ci uniscono, che non sono solo quelli dell’interesse economico ma anche della solidarietà. Se qualche paese non si identifica più con questi valori, non c’è niente che lo trattiene. In un mondo che sarà sempre più spinto verso aggregazione regionali, con un ruolo crescente svolto dalla Cina, dall’India, e anche dagli Stati Uniti, possiamo riuscire a difendere i nostri valori e interessi solo se uniti, il che richiede cooperazione e compromessi.

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