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Mercoledì 21 Novembre 2018, ore 06.28
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I cambiamenti climatici sono già qui: una sfida, anche economica, da vincere

Non a caso quest'anno il Premio Nobel per l'Economia è stato assegnato agli statunitensi, Nordhaus e Romer per aver integrato il cambiamento climatico nell’analisi macroeconomica di lungo periodo

Italia sferzata dal maltempo. Raffiche di vento, pioggia, esondazioni e frane: tutta la Penisola è stata colpita per giorni dalla furia del maltempo che ha flagellato il paese, con conseguenze molto spesso drammatiche. Ben 12 le vittime, da Nord a Sud, diverse decine i feriti.

Venti eccezionalmente forti con raffiche fino a 130km/h e punte persino di 150km/h sulla costa maremmana con un dato record a Follonica, ben 171 km/h rilevati. Alberi e tralicci della corrente abbattuti, mari in burrasca con mareggiate lungo tutte le coste esposte.
Uno scenario da incubo col quale sembra proprio che dovremo fare i conti sempre più spesso. Anche per questo, in queste ore, è tornata di strettissima attualità , la discussione sui cambiamenti climatici che tiene banco ormai da anni.
Avevano fatto discutere non poco le dichiarazioni di Donald Trump che aveva liquidato la questione bollandola come “una bufala” salvo poi ripensarci in un’intervista rilasciata a Lesley Stahl, reporter di 60 Minutes, noto programma televisivo in onda sulla Cbs, ammettendo che “qualcosa sta cambiando”. Capiamoci bene, non un dietrofront totale, ma toni sicuramente meno duri quando non ancora presidente degli Stati Uniti d’America, il tycoon postava sui social frasi del tipo “Bisogna smetterla con questa costosissima c…. del riscaldamento globale”.
Gli Stati Uniti, comunque, non sono più tra i paesi firmatari dell’accordo di Parigi per contrastare il cambiamento climatico, ampi settori del paese continuano a negare l’esistenza del problema tanto che alcuni politici locali e nazionali non tengono affatto in considerazione le scienze climatiche per prendere le loro decisioni.
A testimoniare però la centralità della questione, il fatto, non casuale, che quest’anno il Premio Nobel per l’Economia sia stato assegnato, tra l’altro proprio agli statunitensi, William D. Nordhaus e a Paul M. Romer, per aver integrato il cambiamento climatico nell'analisi macroeconomica di lungo periodo.

Nella motivazione si legge che “William D. Nordhaus e Paul M. Romer hanno progettato metodi per affrontare alcune delle domande più basilari e pressanti del nostro tempo su come creare una crescita economica sostenuta e sostenibile a lungo termine”.

I due economisti, tra l’altro fortemente critici con le politiche economiche, energetiche e climatiche dell’Amministrazione Trump , hanno messo al centro della loro ricerca la gestione delle risorse sempre più scarse:“La natura impone i principali vincoli alla crescita economica e la nostra conoscenza determina quanto bene affrontiamo questi vincoli”.

Il cambiamento climatico dunque è questione delicata e serissima, che assume ogni giorno di più un ruolo centrale nelle agende dei governi di tutto il mondo perché ci aspetta uno scenario a dir apocalittico dalle conseguenze disastrose: carestie, incendi, inondazioni, povertà, per non parlare del capitolo economico con danni per ben 54 miliardi di dollari.

CORSA CONTRO IL TEMPO – Un quadro che fa spavento. Ma è corsa contro il tempo. Come se non bastasse, infatti, a rendere ancora più preoccupante una situazione già ampiamente compromessa, arriva una novità tutt'altro che rassicurante. E’ scattata, ancor di più di quanto già non lo fosse, la corsa contro il tempo: per evitare questo disastro abbiamo, infatti, mezzo grado di margine in meno. La soglia di non ritorno, infatti, non è 2 gradi più dell’era preindustriale, quella fissata dagli accordi di Parigi, ma più vicina agli 1,5 gradi, di cui 1 già raggiunto.

MISURE ECCEZIONALI O SARA’ DISASTRO – E’ questo l’allarme lanciato dall'ultimo rapporto del panel delle Nazioni Unite sul riscaldamento globale, che si è riunito il mese scorso in Corea del Sud. Chiamati in causa i governanti di tutto il mondo: con questo livello di emissioni il famoso grado e mezzo, infatti, verrà superato già nel 2040, e alla fine del secolo arriveremo addirittura a tre. Per scongiurare questo scenario il mondo ha bisogno di una trasformazione di velocità e portata “senza precedenti storici”.
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