Teleborsa utilizza cookie, anche di terze parti, e tecnologie simili per gestire, migliorare e personalizzare la tua esperienza di navigazione del sito. Per maggiori informazioni su come utilizzare e gestire i cookie, consulta la nostra Informativa sui cookie.
Chiudendo questa notifica dichiari di aver preso visione e di ACCETTARE LA PRIVACY E I COOKIE DI TELEBORSA.

 
Mercoledì 12 Dicembre 2018, ore 19.21
Azioni Milano
A B C D E F G H I J K L M N O P Q R S T U V W X Y Z

Dazi, Trump non si ferma: dopo l'Europa tocca alla Cina?

L'Europa, infuriata, corre ai ripari e pensa alle contromosse. Ne abbiamo parlato con l'esperta Eleonora Poli

Soffiano (forte) venti di guerra commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti dopo la decisione del presidente statunitense di imporre tasse doganali del 25% sull'acciaio e del 10% sull'alluminio. Una misura definita dal tycoon "una necessità per la sicurezza" degli Stati Uniti che, se applicata anche sull'Ue, penalizzerebbe soprattutto i grandi esportatori come il nostro Paese.

TRUMP "STUDIA" NUOVI DAZI - Ma non finisce qui. Il presidente USA alza l'asticella e dopo l'Europa potrebbe essere la volta della Cina. L'amministrazione Trump sta valutando la possibilità di imporre dazi su 30 miliardi di dollari di prodotti cinesi importati. Lo riporta il Wall Street Journal.

Quali scenari potrebbero aprirsi? Lo abbiamo chiesto a Eleonora Poli, Ph.D., research fellow IAI (Istituto Affari Internazionali)

Da ormai diversi giorni si parla di "guerra commerciale" tra Stati Uniti ed Europa. Può spiegarci, a livello pratico, cosa significa e cosa cambierà?

Per guerra commerciale si intende l’introduzione da parte degli Stati Uniti di dazi sull’acciaio e sull’alluminio del 25% e del 10% rispettivamente per proteggere l’industria siderurgica americana. L’idea alla base del decreto firmato dal Presidente Donald Trump l’8 marzo 2018, è quella di proteggere la sicurezza del Paese e rilanciarne l’economica tramite una serie di tariffe doganali che favoriscano il consumo di materie prime e prodotti locali, rendendo l’export di beni dall’estero meno vantaggioso perché più costoso.

Secondo Trump, l’introduzione di tariffe che renderebbero i prodotti esteri meno competitivi rilancerebbe l’economia americana e con essa l’occupazione. E’ interessante notare come azioni analoghe siano state introdotte anche in passato dagli Stati Uniti. Ad esempio per far fronte alla Grande Depressione degli anni 30. Nel 1931 lo Hoover’s Smoot-Hawley Tariff Act introdusse una serie di dazi doganali e costrinse sia i Paesi europei che il Giappone ad alzare barriere protettive radicalizzando trend nazionalistici che già, ieri come oggi, si stavano diffondendo. Oltre a porre le basi per l’inizio della Grande guerra, uno dei risultati della legge fu che a livello globale, le grandi corporazione, per far fronte alle restrizioni di mercato, rinforzarono la creazione di cartelli internazionali e oligopoli.

Sicuramente, la regolamentazione della competizione di mercato è molto più attenta oggi che ieri. Tuttavia, l’introduzione di tariffe doganali avrà conseguenze politiche ed economiche non irrilevanti. Da un lato andrà ad acuire sentimenti nazionalistici di chiusura che sono già diffusi globalmente. Dall’altro, porterà a delle perdite economiche che si riverseranno soprattutto sulle classi meno abbienti, che sono più facilmente a rischio di perdere il lavoro o che pagheranno il prezzo più alto delle materie prime dovendo acquistare prodotti che saranno necessariamente più costosi.

Anche l'Italia ovviamente rischia grosso: per la Coldiretti sul piatto ballano 40,5 miliardi di esportazioni Made in Italy.

Secondo il Ministero dello Sviluppo Economico da Gennaio a Novembre 2017 le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti, che sono attualmente il terzo mercato per gli export italiani dopo Germania e Francia, hanno raggiunto un valore di 36 miliardi di euro. Sicuramente l’Italia rischia di essere negativamente colpita dai dazi Americani. Infatti, a parte l’export dei prodotti legati all’acciaio e all’alluminio che oggi ha un valore di circa 600 milioni di euro, anche il settore agroalimentare e quello della moda, oltre all’industria delle macchine, dei prodotti farmaceutici e metallurgici potrebbero essere danneggiati qualora l’introduzione di tariffe doganali da parte degli Stati Uniti dovesse estendersi anche ad altri settori, portando ad una vera e propria guerra commerciale con i Paesi dell’Unione europea.

L'Europa, infuriata, ovviamente corre ai ripari e pensa alle contromosse...Quali scenari potrebbero aprirsi?

Di fatto, uno degli scenari possibili è proprio quella di una guerra commerciale che non conviene a nessuno; e Bruxelles ne è consapevole. Tuttavia, secondo il commissario per il Commercio europeo Malmström, l’UE deve tutelare l’economia europea e proteggere i propri lavoratori. Per questo motivo si dice pronta a rispondere adeguatamente e con misure atte a proteggere il commercio e l’economia dei suoi Stati membri. Molto dipenderà da come gli Stati Uniti agiranno. Trump in effetti ha sostenuto che l’introduzione di tariffe doganali sull’ acciaio e l’allumino è legata a ragioni di sicurezza nazionale. Dal momento che l’UE è un alleato degli Stati Untiti, Bruxelles si aspetta che i Paesi Membri siano esonerati dalle tariffe così come lo sono stati il Canada, il Messico e l’Australia. Tuttavia, se, così come sembra, i dazi non verranno ritirati l’UE potrebbe fare ricorso a contromisure, facendo appello alle regole stabilite dalla World Tarde Organisation (WTO), l’organizzazione mondiale del commercio. Lo stesso WTO che, negli anni 90, ha sostituito il General Agreement on Tariffs and Trade (GATT) originariamente istituito su spinta americana nel dopo guerra come uno dei pilastri su cui ricostruire l’economia mondiale.

Alcuni esperti ipotizzano il rischio, piuttosto concreto, che America First possa diventare America alone. Secondo lei, da esperta del settore, è una possibilità realistica?

Certamente. Il pericolo che gli Stati Uniti corrono è quello di cadere in un isolamento forzato. Gli Stati Uniti superarono la Grande Depressione attuando politiche economiche keynesiane ed investendo prima a livello nazionale e poi in un’ Europa ormai distrutta dalla Grande Guerra. Scongiurando il pericolo di un nuovo conflitto, così come la reintroduzione di un sistema keynesiano di massicci investimenti statali sull’economia, che non è più applicabile, sicuramente oggi come ieri, la chiave del successo non sta nella chiusura ma nell’ apertura, seppur controllata, verso l’ economia globale. In altre parole, serve un libero mercato in cui gli Stati ed i governi siano garanti del rispetto della competizione e del cosiddetto fair play, cioè la considerazione delle regole sul dumping sociale ed ambientale. In un mondo che non è più né bipolare né unipolare, gli Stati Uniti, se si chiudono a riccio, rischiano di perdere legittimità globale di fronte ad altre potenze regionali come la Cina, il Giappone, e perché no, l’ Unione Europea. In effetti, forse proprio da queste sfide disgreganti, l’UE dovrebbe trovare la forza per rilanciare la propria integrazione in maniera da rispondere a minacce esterne in maniera chiara e coesa, guardando al benessere comune.




Altri Speciali
Commenti
Nessun commento presente.
Per inserire stili HTML nel commento seleziona una parola o una frase e fai click sull'icona corrispondente.