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Strategie di investimento: long, short, leva, arbitraggio e principali approcci ai mercati

Finanza · 31 luglio 2026 - 15.39

Le strategie di investimento sono metodi usati per costruire una posizione sui mercati. Alcune puntano sulla crescita di un titolo, altre su un ribasso, altre ancora cercano di ridurre il rischio o di sfruttare le differenze di prezzo tra strumenti collegati.

Strategia long: guadagnare se il prezzo sale

La strategia long è la più intuitiva: si compra uno strumento finanziario con l’obiettivo di venderlo in futuro a un prezzo più alto. Può riguardare azioni, ETF, obbligazioni, commodity tramite ETC, fondi o strumenti derivati.

Il long viene usato quando l’investitore ha una visione positiva sul sottostante. Può nascere da un’analisi fondamentale, da un trend di mercato, da un tema settoriale o da una scelta di lungo periodo. Un ETF globale azionario in portafoglio è una posizione long. Anche l’acquisto di un BTP è una posizione long sul titolo obbligazionario: l’investitore incassa le cedole e si espone anche al rischio tasso, perché il prezzo del bond può scendere se i rendimenti di mercato salgono.

Un esempio è l’acquisto di un ETF sull’S&P 500. Se l’investitore pensa che le grandi società americane possano crescere nei prossimi anni, compra l’ETF e mantiene la posizione in portafoglio. Se l’indice sale, anche il valore dell’ETF tende ad aumentare, ma se il mercato scende, la posizione perde valore.

Lo stesso principio vale per un’obbligazione. Chi compra un BTP assume una posizione long su quel titolo: incassa le cedole previste e punta al rimborso a scadenza. Se però vende il BTP prima della scadenza, il prezzo di mercato può essere salito o sceso rispetto al prezzo di acquisto, anche in base all’andamento dei tassi.

Il rischio principale è la discesa del prezzo, come accennato. Su un’azione comprata senza leva, la perdita massima è il capitale investito. Con derivati o strumenti a leva, invece, l’esposizione può essere molto più alta della somma versata, perché l’investitore controlla una posizione più ampia del capitale, e anche movimenti contenuti del sottostante possono generare perdite rapide, richieste di margine o chiusure automatiche della posizione.

Strategia short: guadagnare dai ribassi

La strategia short punta a ottenere un risultato positivo quando il prezzo scende e può essere costruita in modi diversi. La forma più tradizionale è la vendita allo scoperto: l’investitore vende un titolo preso in prestito e prova a ricomprarlo più avanti a un prezzo più basso. La differenza tra vendita e riacquisto genera il risultato dell’operazione. In alcuni casi si usano derivati, come future, opzioni put o CFD, mentre in altri si ricorre a prodotti quotati progettati per muoversi in direzione opposta rispetto al sottostante, come ETF, ETP o certificati short.

Nel mercato europeo le posizioni short più rilevanti devono essere segnalate. Quando una posizione netta corta su un’azione raggiunge lo 0,1% del capitale della società, l’operatore deve comunicarla all’autorità competente, in Italia la Consob. La comunicazione va aggiornata anche quando la posizione aumenta o diminuisce di un ulteriore 0,1%.

La posizione diventa pubblica solo da una soglia più alta: lo 0,5% del capitale. Da quel livello in poi il mercato può vedere quali investitori hanno una posizione ribassista significativa su quel titolo. Sotto lo 0,5%, invece, l’informazione resta a disposizione dell’autorità di vigilanza.

Lo short viene spesso associato alla speculazione ribassista, ma nei portafogli professionali serve anche a coprire il rischio. Un fondo, ad esempio, può essere long su banche giudicate più solide e short su banche ritenute più fragili. In questo modo prova a isolare la differenza tra due titoli dello stesso settore, riducendo l’esposizione al movimento generale della Borsa.

Long/short e pairs trading

La strategia long/short combina acquisti e vendite allo scoperto, al fine di costruire una posizione relativa: in pratica, si compra ciò che si ritiene più forte e si vende allo scoperto ciò che si ritiene più debole.

Il pairs trading è una versione più specifica. Si scelgono due strumenti storicamente collegati, per esempio due titoli dello stesso settore, e si interviene quando il rapporto tra i prezzi si allontana dalla media storica. Se il distacco viene ritenuto eccessivo, si compra il titolo rimasto indietro e si vende quello salito troppo. Il guadagno dipende dal ritorno del rapporto verso livelli più normali.

Il rischio è che quello scostamento non sia temporaneo. Un titolo può iniziare a comportarsi in modo diverso perché l’azienda ha pubblicato conti migliori, ha ridotto il debito, ha annunciato un’acquisizione, ha cambiato le stime sugli utili o si trova esposta a regole diverse. In quel caso il divario diventa il riflesso di una differenza reale tra le società.

Per questa ragione il rapporto storico tra due titoli può aiutare a individuare un’opportunità, ma non è sufficiente. Prima di aprire una posizione long/short bisogna capire perché i prezzi si sono separati, perché se dietro c’è una notizia aziendale importante, la convergenza attesa potrebbe non arrivare.

Leva finanziaria: come funziona e quando viene usata

La leva finanziaria permette di aprire una posizione di valore superiore al capitale versato. In pratica, l’investitore deposita una somma iniziale più bassa rispetto all’esposizione reale sul mercato. Questo meccanismo si trova in strumenti come CFD, futures, opzioni, certificati ed ETP a leva, anche se ogni prodotto ha delle regole proprie su margini, costi, scadenze e liquidazione.

Un esempio può aiutare a capire come funziona. Con leva 5, un capitale di 1.000 euro espone a una posizione da 5.000 euro. Se il sottostante sale del 2%, l’effetto sulla posizione è vicino al 10% del capitale impiegato, prima di costi e commissioni. Lo stesso vale al contrario: un ribasso del 2% può produrre una perdita vicina al 10% sul capitale versato.

La leva, quindi, non aumenta solo il potenziale rendimento, ma anche la velocità con cui una perdita può incidere sul conto. Se la posizione si muove contro l’investitore, l’intermediario può chiedere nuove garanzie oppure chiudere automaticamente l’operazione quando il margine disponibile scende sotto una certa soglia.

Nel mercato europeo dei CFD destinati ai clienti retail, la leva massima è stata limitata in base al tipo di sottostante.

Sottostante del CFDLeva massima per clienti retail in EuropaCosa significa in pratica
Principali coppie valutarie 30:1 Con 1.000 euro di margine si può aprire una posizione fino a 30.000 euro
Coppie valutarie non principali, oro e indici azionari maggiori 20:1 L’esposizione può arrivare a 20 volte il capitale versato come garanzia
Commodity diverse dall’oro e indici azionari minori 10:1 La leva è più bassa perché questi mercati possono avere oscillazioni più marcate
Singole azioni e altri sottostanti 5:1 Il capitale versato controlla una posizione fino a cinque volte superiore
Criptovalute 2:1 La leva è molto più contenuta, per via dell’elevata volatilità del sottostante

A questi limiti si aggiungono alcune protezioni previste per i clienti retail:

  • Le perdite non possono superare le somme presenti sul conto CFD e il broker deve chiudere una o più posizioni quando il valore del conto scende sotto il 50% del margine iniziale richiesto.
  • Le comunicazioni commerciali devono riportare un avviso standardizzato, con la percentuale dei clienti del broker che perde denaro operando sui CFD.

La leva viene quindi usata soprattutto per operazioni tattiche, coperture o strategie con livelli di ingresso e uscita già definiti. Prima di usarla bisogna sapere quanto vale davvero la posizione aperta, quale perdita può generare un movimento sfavorevole e quali condizioni possono far scattare una richiesta di margine o una chiusura forzata.

ETF, ETP e certificati a leva: il dettaglio spesso trascurato

La leva può essere utilizzata anche attraverso strumenti quotati in Borsa, come ETF ed ETP long, short o a leva, ETC, ETN e certificati. Questi prodotti si acquistano e si vendono durante la giornata di negoziazione, in modo simile alle azioni.

La presenza della leva, però, non significa sempre che il prodotto replichi nel tempo due o tre volte il rendimento complessivo del sottostante. Molti ETF ed ETP a leva o short hanno infatti un obiettivo giornaliero, ovvero cercano di riprodurre un multiplo della variazione registrata dal sottostante in ciascuna singola seduta.

Alla fine della giornata l’esposizione viene ricalcolata sulla base del nuovo valore raggiunto dal prodotto. Questo meccanismo, chiamato ribilanciamento giornaliero, fa sì che ogni variazione successiva venga applicata a un capitale diverso. Per questa ragione, mantenendo lo strumento per più giorni, il rendimento può allontanarsi dal semplice multiplo della performance complessiva dell’indice. La differenza tende ad aumentare quando il mercato alterna rialzi e ribassi frequenti.

Un esempio pratico permette di osservare meglio il meccanismo: un indice parte da 100 e sale del 10%, raggiungendo 110. Il giorno successivo perde il 9,09% e torna a 100. Nel complesso, quindi, l’indice non ha registrato alcuna variazione.

Un prodotto a leva 2 sale invece del 20% nella prima giornata, passando da 100 a 120. Nella seduta successiva perde il 18,18%, cioè il doppio del ribasso giornaliero dell’indice. La perdita viene però calcolata su 120: il valore finale scende così a circa 98,18. L’indice è tornato al livello iniziale, mentre il prodotto a leva ha perso circa l’1,82%.

Il risultato dipende quindi non soltanto dalla variazione finale del sottostante, ma anche dall’ordine con cui si susseguono rialzi e ribassi. Gli strumenti con leva giornaliera richiedono quindi un controllo più frequente rispetto a un ETF tradizionale destinato a seguire un indice nel lungo periodo.

Arbitraggio, ovvero come sfruttare le differenze di prezzo

L’arbitraggio consiste nel cercare differenze di prezzo tra strumenti che dipendono dallo stesso sottostante o sono legati da una relazione economica precisa. L’operazione si costruisce acquistando lo strumento relativamente meno caro e vendendo quello relativamente più caro, con l’obiettivo di ottenere un rendimento quando i due prezzi tornano ad allinearsi.

Un esempio è il cash-and-carry sui futures. L’operatore acquista il sottostante sul mercato spot e, nello stesso momento, vende un contratto future con scadenza successiva. Alla scadenza, il prezzo del future dovrebbe avvicinarsi a quello del sottostante. L’eventuale guadagno nasce dalla differenza iniziale tra i due prezzi, dopo aver sottratto gli interessi pagati per finanziare l’acquisto, i costi di custodia, le commissioni e le altre spese operative.

Un future può costare più del sottostante senza essere necessariamente sopravvalutato. La differenza può dipendere dalle spese sostenute per acquistare oggi il bene e mantenerlo fino alla scadenza del contratto.

Per esempio:

  • Prezzo attuale del sottostante: 100 euro;
  • Costo del finanziamento fino alla scadenza: 3 euro;
  • Eventuali costi di custodia: 2 euro.

In questo caso, un future a 105 euro può essere correttamente prezzato. Acquistare il sottostante a 100 e venderne il future a 105 non genera un guadagno effettivo, perché i 5 euro di differenza servono a coprire finanziamento e custodia.

L’arbitraggio nasce soltanto se il future quota abbastanza sopra il suo valore teorico. Se, nello stesso esempio, il future vale 110 euro, l’operatore può comprare il sottostante a 100, sostenerne 5 di costi e vendere il future a 110. Il guadagno teorico sarebbe di 5 euro, dal quale andrebbero ancora sottratte commissioni e altre spese.

Per le azioni il calcolo cambia perché chi acquista il titolo incassa gli eventuali dividendi, che riducono il costo effettivo dell’operazione.

Per un investitore privato, l’arbitraggio non è così semplice come potrebbe sembrare. Per ottenere il guadagno bisogna comprare e vendere quasi nello stesso momento, prima che la differenza di prezzo scompaia. Gli operatori professionali riescono a farlo con sistemi automatici e costi molto bassi, mentre un investitore privato rischia di eseguire una delle due operazioni quando il prezzo è già cambiato.

Possono inoltre sorgere altri problemi:

  • Scarsa liquidità: non si trova subito una controparte al prezzo previsto;
  • Costi di finanziamento: il denaro necessario per comprare il sottostante può diventare più costoso;
  • Garanzie aggiuntive: sul future può essere richiesto altro capitale se il mercato si muove;
  • Ritardi nel regolamento: denaro o strumenti possono arrivare in tempi diversi, lasciando temporaneamente scoperta una parte dell’operazione.

Nelle criptovalute si aggiungono anche i rischi delle piattaforme. I fondi possono impiegare tempo a essere trasferiti, il costo per mantenere la posizione può cambiare e l’exchange potrebbe avere problemi nel rispettare i propri obblighi.

L’arbitraggio è quindi utile soprattutto per comprendere il funzionamento dei prezzi, poiché spiega perché il valore di strumenti collegati tende a convergere, perché un future può essere negoziato sopra o sotto il prezzo spot e in che modo i tassi, i dividendi e i costi di detenzione partecipano alla formazione delle quotazioni.

Carry trade: guadagnare dalla differenza di rendimento

Il carry trade punta a guadagnare quando il rendimento incassato sull’attività comprata supera il costo sostenuto per finanziarla. Finché il rendimento incassato resta superiore agli interessi pagati e agli altri costi, la posizione genera un guadagno nel tempo.

Nel mercato valutario, l’operatore prende a prestito una valuta con tassi d’interesse più bassi, la converte in una valuta con tassi più alti e investe il capitale nella seconda. Il rendimento atteso deriva dalla differenza tra i due tassi. L’operazione, però, resta esposta al cambio: se la valuta acquistata perde valore rispetto a quella utilizzata per finanziarsi, la perdita valutaria può annullare gli interessi incassati.

Prendiamo il caso di un operatore che prende a prestito una valuta con un tasso dell’1% e investe in una valuta che offre il 5%. La differenza iniziale è del 4% annuo. Se il rapporto di cambio rimane stabile, questo divario può trasformarsi in un rendimento. Se invece la valuta acquistata si svaluta del 7%, il vantaggio sui tassi viene più che assorbito dalla perdita sul cambio.

La stessa logica può essere applicata alle obbligazioni. L’operatore prende a prestito denaro a un determinato costo e acquista titoli con un rendimento superiore. La differenza può produrre un risultato positivo, purché il prezzo delle obbligazioni non scenda troppo, l’emittente continui a pagare e il costo del finanziamento non aumenti durante l’operazione.

Nelle materie prime il carry riguarda soprattutto il rapporto tra i prezzi a diverse scadenze. Il prezzo di un future incorpora fattori come il costo del finanziamento, la disponibilità delle scorte e le spese necessarie per conservare il bene. Un operatore può costruire una posizione su più contratti cercando di beneficiare dell’evoluzione di questa differenza, ma il risultato cambia se aumentano i costi di stoccaggio, si riducono le scorte o la curva dei futures modifica la propria forma.

Le strategie di carry tendono a produrre rendimenti graduali quando i tassi, i cambi e i prezzi restano relativamente stabili. Il rischio aumenta quando una delle condizioni alla base dell’operazione cambia rapidamente. La valuta acquistata può svalutarsi, i titoli possono perdere valore, il costo del finanziamento può salire oppure la differenza tra le scadenze future può muoversi contro la posizione.

Per questa ragione, il carry presenta spesso un andamento asimmetrico: piccoli guadagni accumulati per diversi mesi possono essere cancellati da una variazione improvvisa del mercato. Il rendimento non dipende quindi soltanto dalla differenza iniziale tra tassi o prezzi, ma anche dalla stabilità delle condizioni che consentono di mantenerla nel tempo.

Trend following e momentum

Il trend following compra quando il prezzo supera una soglia stabilita e resta investito finché quella soglia non viene violata al ribasso. La regola può basarsi su una media mobile, su un massimo precedente o su un livello tecnico definito prima dell’operazione, e l’obiettivo è seguire un movimento già partito, senza cercare il minimo d’ingresso o il massimo d’uscita.

Immaginiamo un ETF azionario che quota 100 euro e ha una media mobile a 200 giorni a 95 euro. La strategia mantiene la posizione finché il prezzo resta sopra quella media. Se l’ETF scende a 94 euro, la regola prevede la riduzione o la chiusura della posizione. Se più avanti il prezzo torna sopra la media, la strategia può rientrare.

Il meccanismo serve a seguire un rialzo già avviato e a uscire quando il prezzo dà un segnale di indebolimento. Non cerca di comprare nel punto più basso né di vendere nel punto più alto, ma accetta di entrare dopo l’inizio del movimento e di uscire dopo i primi segnali di discesa.

Il momentum lavora in modo diverso perché confronta più strumenti tra loro e seleziona quelli che hanno registrato le performance migliori in un periodo preciso, per esempio tre, sei o dodici mesi. In un portafoglio di ETF settoriali, questa logica può portare a comprare i comparti saliti di più e a escludere quelli con performance più deboli.

Prendiamo quattro ETF settoriali: tecnologia, banche, energia e salute. Se negli ultimi sei mesi tecnologia ed energia hanno guadagnato più degli altri, una strategia momentum può scegliere quei due ETF e lasciare fuori i settori più deboli. La decisione nasce dal confronto delle performance in un periodo stabilito.

Queste strategie lavorano meglio quando il mercato continua a muoversi nella stessa direzione per un certo periodo. In una fase di rialzo possono aiutare a restare investiti più a lungo, mentre in una fase di ribasso possono ridurre l’esposizione dopo la rottura dei livelli scelti.

Copertura: ridurre l’impatto di un rischio già presente

La copertura si usa quando esiste già un’esposizione da proteggere. Chi possiede un portafoglio azionario, per esempio, può temere una fase di ribasso dei mercati. In quel caso può acquistare una put su un indice, usare un future ribassista o inserire uno strumento short, con l’obiettivo di compensare almeno in parte la perdita delle azioni se il mercato scende.

Il principio è lo stesso anche fuori dal portafoglio azionario. Un’impresa italiana che incassa ricavi in dollari può coprirsi dal rischio cambio, perché un rafforzamento dell’euro ridurrebbe il valore dei ricavi una volta convertiti. Un investitore molto esposto a obbligazioni lunghe può invece ridurre la durata media del portafoglio se teme un rialzo dei tassi, oppure usare strumenti che si muovono in senso opposto al prezzo dei bond.

La copertura, però, non elimina il rischio senza conseguenze. Ha un costo diretto, come il premio pagato per acquistare una put, oppure un costo indiretto, perché può ridurre il guadagno se il mercato si muove nella direzione favorevole. Se le azioni salgono mentre la copertura ribassista perde valore, una parte del rendimento del portafoglio viene assorbita dalla protezione.

Strategie di investimento: tabella riepilogativa

Concludiamo questa panoramica sulle strategie di investimento con questa tabella di sintesi riepilogativa, pensata per fare un po’ d’ordine e fornirvi una griglia più chiara e immediata di quanto descritto nei paragrafi precedenti.

StrategiaObiettivoQuando si usaRischio principale
Long Guadagnare dal rialzo del prezzo Quando si vuole comprare un titolo, ETF, bond o altro strumento e mantenerlo finché aumenta di valore Perdita se il prezzo scende
Short Guadagnare dal ribasso del prezzo Quando si prevede una discesa del sottostante o si vuole coprire una posizione già presente Perdite anche elevate se il prezzo sale
Long/Short Puntare sulla differenza tra due strumenti Quando si compra il titolo ritenuto più forte e si vende quello ritenuto più debole I due strumenti possono non tornare ad allinearsi
Pairs trading Sfruttare lo scostamento tra due titoli collegati Quando due strumenti storicamente vicini si separano troppo nei prezzi Lo scostamento può dipendere da motivi reali e durare a lungo
Leva finanziaria Aumentare l’esposizione con meno capitale iniziale Per operazioni tattiche, coperture o strategie con entrata e uscita già definite Perdite rapide, richieste di margine o chiusura forzata
ETF, ETP e certificati a leva Replicare movimenti amplificati o contrari del sottostante Per esposizioni di breve periodo su indici, materie prime o altri mercati Il ribilanciamento giornaliero può alterare il risultato nel tempo
Arbitraggio Sfruttare differenze di prezzo tra strumenti collegati Quando due prezzi non riflettono correttamente costi, tassi, dividendi o scadenze Costi, tempi di esecuzione e liquidità possono annullare il vantaggio
Carry trade Incassare una differenza positiva tra rendimento e costo del finanziamento Quando si prende a prestito a un tasso più basso e si investe a un rendimento più alto Cambio, tassi o prezzi possono muoversi contro la posizione
Trend following Restare investiti finché il prezzo segue una regola di trend Quando si usa una soglia, come una media mobile, per entrare o uscire Falsi segnali nei mercati laterali
Momentum Selezionare gli strumenti con performance migliori in un periodo definito Quando si confrontano ETF, settori o asset simili e si scelgono quelli più forti Il mercato può invertire direzione dopo l’ingresso
Copertura Ridurre l’impatto di un rischio già presente Quando si vuole proteggere un portafoglio, un cambio, un’esposizione ai tassi o una posizione esistente La protezione ha un costo e può ridurre il guadagno
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