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Lunedì 6 Aprile 2020, ore 06.51
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Un mondo di plastica

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Ars riciclandi
Innanzitutto, la si può riciclare. Prima, però, bisogna differenziarla. E qui casca il primo asino, almeno in Italia. Perché differenziare è una forma mentis, spesso una noia. Chi separa la carta dalla plastica lo sa, si fa prima a gettare tutto in un unico contenitore. E poi, per differenziare bisogna essere messi nelle condizioni per farlo.

Il secondo step del riciclo prevede un complesso procedimento di rilavorazione termica o meccanica dei rifiuti, che diventano così punto di partenza per nuovi prodotti. Come per tutte le cose, il riciclo è stato duramente criticato dai puristi per vari motivi: gli elevati costi ambientali del processo di trasformazione dei rifiuti, il basso rendimento nella quantità delle materie prime ottenute, la scarsa qualità dei prodotti finali. C'è chi afferma che, per come è stato pubblicizzato tra la popolazione, ha diffuso l'idea che esso giustifica condotte consumistiche.

A conti fatti, i sistemi più efficaci per la gestione dei rifiuti sarebbero, in teoria, quelli basati sulla riduzione dei rifiuti e sul loro reimpiego. Tornare al caro e vecchio vuoto a rendere, per farla breve. Se invece si vuole ragionare in termini di economia, non bisogna tralasciare il fatto che il riciclaggio apre un nuovo mercato che si traduce, ovviamente, in nuova occupazione. Secondo l'ASSORIMAP, Associazione Nazionale Riciclatori e Rigeneratori di Materie Plastiche, in Italia sono circa 300 le imprese che si occupano di riciclaggio e rigenerazione di materie plastiche, con una capacità di riciclo seconda, in Europa, solo alla Germania. In tutto, danno lavoro a 2.000 dipendenti, cosa che in questi anni di crisi e disoccupazione alle stelle non fa affatto male.

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